Pieve di Corsignano, Requiem Popolare

Il 25 aprile del 2009 Requiem Popolare debutta, nella prima stesura con Maurizio Costanini al contrabbasso e la danzatrice Ilaria Fontana proprio nella Pieve di Corsignano ai margini di Pienza.

Molto di quel lavoro era in effetti nato proprio in quello spazio; la recita rischiò di saltare, a pochissimi giorni dal debutto, perché la commissione della diocesi di Monepulciano-Chiusi-Pienza incaricata di valutare gli spettacoli ospitati nei luoghi sacri, anche su pressioni dell’allora parroco della parrocchia di pertinenza, ritenne inadeguato il mio lavoro. Ovviamente senza averlo prima visto, scheda tecnica alla mano. Trovai il tutto molto ironico, visto che il testo utilizzato era esclusivamente di Tommaso da Celano (Santo) ed equivaleva alla messa requiem in latino; ma nello stesso tempo mi arrabbiai molto, considerando che in quello spazio (e nel prato immediatamente contiguo) ho visto negli anni “spettacoli” di ogni tipo (qualche anno dopo anche una cerimonia con uno sciamano).

Fatto sta che li ci fu il debutto; ma anche una buona parte del mio lavoro di studio.

Molto, anche in quel caso (a dimostrazione del fatto che tendo a reiterare gli stessi temi) ad affascinarmi erano le incisioni sulle pareti della piccola pieve.

Incisioni riferite, per lo più, a semine e nevicate che probabilmente venivano incise a retaggio dei culti pagani precedenti che il culto mariano ha inglobato.

Poco distante, a conferma, anche una “poccia lattaia” e delle fonti ed un piccolo affresco dedicato appunto alla madonna del latte.

Anche questo, per me, appartiene al bios di Andrej.

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Dei temi

Nel percorso che parte da Requiem Popolare, passa per Cretti, o delle fragilità ed arriva ad Andrej mi ha sempre colpito sentirmi fare domande sui temi a cui mi dedico attraverso il mio teatro.

Le arti si sono sempre occupate del sacro, di quello che ci trascende, del mistero che ci accompagna quotidianamente; perché il teatro contemporaneo dovrebbe smettere di porre domande su questo? Perché io, in questo caso, sono un ateo? Perché ci sono argomenti più importanti di cui occuparsi?

Non trovo nulla di più opportuno adesso per il mio teatro che occuparsi della nascita e della morte e di tutto ciò che ci relaziona all’uno ed all’altro limite e quindi, di conseguenza, del sacro.

Non si tratta di prendere le distanze dalla realtà, allontanarsi dal quotidiano, quanto piuttosto di radicarsi profondamente in esso, affondarci, appartenere con insistenza alla materia; non si tratta di non affrontare tematiche sociali o politiche, anzi, si tratta di arrivare alla radice di tutto questo.

Affrontare ad esempio il problema dei confini conoscendo l’esperienza di confine che un corpo impone a se stesso, affrontare il problema del precariato riconoscendosi nel disequilibrio del proprio corpo, affrontare il tema della giustizia sociale rendendo evidente quanto siamo tutti uguali nella nostra fragilità e nelle nostre ferite.

Si può frequentare il sacro per distrazione, lo si può fare per astrazione, ma è possibile viverlo anche come incarnazione.

 

 

Perché uno studio su Andrej?

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In teatro le parole perdono spesso la relazione con l’atto concreto che vorrebbero comunicare, e questo perché ci sentiamo, e forse siamo, tutti un po nomotechi ed anche la parola “studio” ha assunto, nel tempo e nelle pratiche, significati differenti ed è espressione di necessità e opportunità differenti.

Perché ho scelto di preparare uno “studio” (un “primo” studio) su Andrej?

Andrej è un progetto che si porta dentro, accanto a tutto il mio amore, anche tutta la complessità a cui non so rinunciare.
Ci sono dentro porzioni di vita, scelte sbagliate, problemi economici, problemi di salute, incontri sbagliati, ma anche stupore, meraviglia, incontri meravigliosi…adesso ho bisogno di mettere ordine, per poter andare avanti nella creazione.

Mettere ordine, per me, è impossibile senza l’incontro col pubblico.

Allora ho chiamato “la famiglia” teatrale che mi è più vicina ed ho ed ho predisposto questo “primo studio”.
Incontrerò il pubblico, incontrerò dei critici, incontrerò (spero) dei colleghi, mostrerò loro lo studio e cercherò di attivare con loro un dialogo.

Accanto al dialogo indispensabile che è proprio dell’atto teatrale, ricercherò un dialogo a posteriori, una riflessione condivisa.

La “soluzione” non è mai la semplificazione, preferisco chiedere a tutti la disponibilità a contribuire alla complessità.

Lo spazio vuoto (Cajka Teatro Modena)

L’ultima fase di scrittura, per Andrej, inizia come sempre: dopo il disordine di informazioni, immagini, testi, scritture sovrapposte, si spazza via tutto, si fa ordine, e si riparte dall’osservazione dello spazio vuoto.

Il mio spazio vuoto, questa volta, è stata la sala in legno chiaro e pareti bianche del Cajka Teatro di Avanguardia Popolare di Modena https://www.cajkateatro.net/ che ci ha ospitati (ma torneremo presto) per una residenza.

Modena è terra di amici e compagni di viaggio; scambiare qualche parola con loro mi è stato estremamente utile.

Assieme, con anche Matteo Pecorini dei Chille de la balanza, ci siamo seduti metaforicamente ad osservare lo spazio, perché il teatro prendesse forma.

Alcune incertezze hanno dettato il nostro programma, e si sono congedate da noi poche ore fa; adesso procediamo più leggeri verso il 12 novembre, quando a San Salvi verrà presentata l’anteprima nazionale.

 

Come un fiume

Andrej - Croci

Questa foto è stata scattata nell’autunno del 2008; si tratta dell’interno di una grotta presso l’eremo francescano de La Verna sull’appennino casentinese.

I pellegrini hanno preso, chissà quando, l’abitudine di incidere sul fondo scuro della pietra delle croci.

Ogni croce immagino rappresenti una supplica o un ringraziamento.

Un segno, un segno semplice, elementare, che è tutto quello di cui sentono il bisogno per costruire un dialogo con la Divinità in cui credono.

Perché un segno? Cosa spinge quegli uomini a rendere evidente un linguaggio che potrebbe non esserlo? Perché portare sul piano dell’espressione quello che potrebbe tranquillamente soggiacere su di un piano interiore?

Per me che sono ateo quei segni sono tracce di un linguaggio cadùco.

Come un fiume che perde improvvisamente il suo letto mi scivolano davanti in cascata.

Il gesto dell’uomo che stende il braccio per indicare Dio per me finisce esattamente dove ha i suoi confini il dito intirizzito; eppure in quei segni il sacro mi appare in tutta la sue evidenza ed in tutta la sua forza disperata.

Come in una pratica tantrica il sacro mi appare trattenuto senza che scivoli via in un vuoto che non può fecondare; come quando da bambini chiudevamo con un dito l’apertura del tubo per innaffiare, per sentire l’acqua impazzire dentro, costretta e viva.

Forse è questo che mi rapisce dei segni sacri: la consapevolezza che appartengano a un linguaggio che non ha sbocchi me li rende vivi.

Del resto, la liturgia, e cioè il linguaggio costruito da questi segni, è lo spazio a cui l’uomo ha affidato fin dal principio, spontaneamente, la riflessione su di sé; è alla liturgia che si affida quando vuole avere a che fare con quello che ignora all’interno e all’esterno dei confini naturali del suo corpo.

Dialogando attraverso i segni con un linguaggio chirale l’uomo parla come davanti a uno specchio, scrive a se stesso, indica se stesso nell’indicare il suo dio.

L’uomo che crede di aver creato un linguaggio per dialogare con il sacro, ha in realtà creato il sacro.

E’ il caso di ricominciare a parlare di Andrej.

(Dai miei appunti su Andrej. Primo studio: l’astante.)

Madiake Mukodjie Makodjie Mudiake

 

Compagnia Multietnica

foto di Alessio Duranti http://www.alessioduranti.it

Madiake Mukodjie Makodjie Mudiake” è una citazione dal Macbeth, vuol dire “Il bello è brutto, ed il brutto e bello”; è in linua djola, perché alcuni attori la parrlavano. L’ho scelta come titolo perché capovolge il senso comune, mi sembrava rappresentativa del lavoro e di chi lo ha sostenuto.

Capovolgere il “senso comune” è un modo per dire “fare la rivoluzione”.

Si, la rivoluzione.

Non esiste rivoluzione che non passi per un cambiamento profondo nell’immaginario collettivo, nella “narrazione della realtà” ed è da questo, credo, che dovremmo ripartire.

Quello che noto è, infatti, che sia quanti osteggiano il dialogo tra culture che quelli che agiscono per facilitarlo partono dalla stessa narrazione della realtà, si basano su quell’immaginario comune che afferma che “il dialogo tra culture differenti è cosa complessa”.

“Cosa complessa”.

Io non ci credo; non ci credo più. L’osservazione di quello che mi accade attorno, grazie a quell’osservatorio privilegiato che è il teatro, mi dice che la realtà è differente dalla narrazione che ne facciamo.

Dobbiamo destrutturare e ricostruire l’immaginario.

Il dialogo profondo, concreto e “desiderato” tra persone di differenti culture non è “più complesso” del dialogo profondo, concreto e “desiderato” tra persone.

La componente “culturale” non è un discrimine così grande da dettare una differenza in termini di complessità.

Non lo è.

Lo è se il dialogo si sofferma su un piano superficiale, sul piano del linguaggio, sul piano della comprensione delle regole, sul piano della conoscenza culturale. Diventa irrisorio se il dialogo avviene su un piano profondo e concreto.

Il dialogo tra individui, qualsiasi cultura portino in se, simile o dissimile, lontana o vicina, ha come unico discrimine il “desiderio” che esso avvenga.

I desiderio che il dialogo si realizzi.

Il dialogo tra individui, qualsiasi cultura portino in se, simile o dissimile, lontana o vicina, è semplicissimo se si desidera e conseguenzialmente se ci si pone in una logica di accoglienza l’uno dell’altro.

Per dialogare occorre che due persone si desiderino.

Da questo alla nascita di un linguaggio che lo renda possibile, il passo è molto più breve di quello che sembra.

Cominciamo almeno noi ad agire partendo da questo presupposto. Che questo diventi il nostro immaginario ed il nostro modo di narrare al mondo la sua realtà.

Madiake Mukodjie Makodjie Mudiake.

Madiake Mukodjie Makodjie Mudiake.

E’ una frase in lingua Djola, una delle dodici lingue del senegal, e parlata in altri stati africani. Una specie di “napoletano” mi ha detto un ragazzo senegalese, riferito al fatto che in lingua djola ci sono molte canzoni, componimenti poetici, ed è in genere collegata ad un certo folklore.

Ho deciso di dare al progetto un nome in lingua djola, perché i ragazzi ospiti sprar e cas che hanno lavorato con noi hanno dovuto imparare moltissimo testo in italiano. Mi sembrava di far pari, in un certo senso.

E’ una citazione dal Macbeth, vuol dire “Il bello è brutto, ed il brutto e bello”; mi piace, l’ho scelta perché capovolge il senso comune, mi sembrava rappresentativa del lavoro e di chi lo ha sostenuto.

Perché io, e sono sicuro tutti quelli che hanno sostenuto il progetto, dall’ARCI, ai donaori del crowfounding, ai miei allievi (che Pan li benedica), lo staff della fondazione ELSA e le amministrazioni locali, credo nella possibilità di capovolgere il senso comune.

Capovolgere il “senso comune” è un modo per dire “fare la rivoluzione”.

Si, la rivoluzione.
Non esiste rivoluzione che non passi per un cambiamento profondo nell’immaginario collettivo, nella “narrazione della realtà” ed è da questo, credo, che dovremmo ripartire.

Quello che noto è, infatti, che sia quanti osteggiano il dialogo tra culture che quelli che agiscono per facilitarlo partono dalla stessa narrazione della realtà, si basano su quell’immaginario comune che afferma che “il dialogo tra culture differenti è cosa complessa”.

“Cosa complessa”.

Io non ci credo; non ci credo più. L’osservazione di quello che mi accade attorno, grazie a quell’osservatorio privilegiato che è il teatro, mi dice che la realtà è differente dalla narrazione che ne facciamo.

Dobbiamo destrutturare e ricostruire l’immaginario.

Il dialogo profondo, concreto e “desiderato” tra persone di differenti culture non è “più complesso” del dialogo profondo, concreto e “desiderato” tra persone.
La componente “culturale” non è un discrimine così grande da dettare una differenza in termini di complessità.

Non lo è.
Lo è se il dialogo si sofferma su un piano superficiale, sul piano del linguaggio, sul piano della comprensione delle regole, sul piano della conoscenza culturale. Diventa irrisorio se il dialogo avviene su un piano profondo e concreto.

Il dialogo tra individui, qualsiasi cultura portino in se, simile o dissimile, lontana o vicina, ha come unico discrimine il “desiderio” che esso avvenga.

I desiderio che il dialogo si realizzi.

Il dialogo tra individui, qualsiasi cultura portino in se, simile o dissimile, lontana o vicina, è semplicissimo se si desidera e conseguenzialmente se ci si pone in una logica di accoglienza l’uno dell’altro.

Per dialogare occorre che due persone si desiderino.
Da questo alla nascita di un linguaggio che lo renda possibile, il passo è molto più breve di quello che sembra.

Cominciamo almeno noi ad agire partendo da questo presupposto. Che questo diventi il nostro immaginario ed il nostro modo di narrare al mondo la sua realtà.

Piccole piante.

Per vivere nella fragilità delle dune sabbiose le piccole piante sviluppano radici lunghissime e forti, capaci di rintracciare a chilometri di distanza il nutrimento per la loro identità.
Più passa il tempo e più le radici superano di molte misure l’altezza della stessa pianta.
Ci penso ogni volta che vedo il mare dopo tanto tempo e scopro il mio sguardo assecondare la linea curva dell’orizzonte.
Davanti ad un orizzonte tutti si aspettano qualcosa; ad esempio che qualcuno o qualcosa arrivi o vada via.
Gli orizzonti delle città di mare però sono differenti, perché è il mare ad accompagnare o a trascinare oppure ancora a strappare.
Non si va mai in una città di mare, e mai se ne va via; si viene sempre portati o portati via.
Chi nasce in una città di mare, porta in sè questo seme; vive per sempre in una striscia di terra fragile dove la malinconia e la speranza si toccano.
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Mi perdonerà.

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Questo mestiere che mi è stato prestato da bambino, mi ha sempre costretto ad osservare le persone da vicino. Da molto vicino.

E’ diventato un vizio, come altri ma più forte, e forse il solo motivo che mi fa ancora resistere e non me lo fa restituire al mondo.

Così da piccolo ingordo, quale sono stato e sono, ho sempre cercato di ingozzarmi di esseri umani; scappavo alla routine quotidiana per infilarmi alla stazione centrale, nelle stradine del centro, tra Port’alba e San Sebastiano, entravo nei portoni, nelle chiese, nelle biblioteche, nei tanti mercatini e poi da più grande nelle baraccopoli dove ancora vivevano donne ed uomini dal terremoto dell’80, nei campi rom e sinti, nel quartiere cingalese, verso il porto dove si scaricavano e caricavano enormi navi.

Perché ci sono posti, più di altri, dove dio ha meno maschere e si lascia guardare meglio.

Così l’ho visto attraversare forcella, una volta, con dei pantacollant così aderenti che gli si vedeva volgarmente l’assorbente esterno, ma con un viso che non ti permetteva di guardare niente altro; l’ho visto piangere nel cesso di un liceo perché il suo pene non faceva quello che il mondo voleva facesse; l’ho visto abbassare la gonna ad una ragazza, per coprirgli le gambe, mentre lei se ne stava a terra morta di overdose; l’ho visto recitare una poesia di Salvatore Di Giacomo direttamente nella canna di una pistola, guardando negli occhi chi la teneva in mano, ma sperando in cuor suo che fosse veramente finta come sembrava; l’ho visto nascondersi in stanze di monasteri cercando inutilmente di farsi silenzio; l’ho visto offrirmi un biscotto in cambio di un caffellatte seduto sulla sua casa dentro Roma Termini; l’ho visto regalare a me e ad un amico un suo disegno su un pezzo di cartone; l’ho visto raccontarmi di sua figlia senza sapere dove fosse; l’ho visto guardare negli occhi la sua famiglia dicendogli “questo è quello che posso”; l’ho visto schiacciarsi il bacino contro il muro di una vecchia scuola di danza per allargarsi le gambe e poi l’ho visto smettere di danzare, perché la vita gli è andata così; l’ho visto danzare in una sala vuota di un ex manicomio e mostrarmi la sua teofania investendomi di colori e profumi; l’ho visto scattare foto a tutti come alibi per incontrare persone; l’ho visto mostrarmi orgoglioso le decorazioni fatte da se stesso per sua moglie e suo figlio sulle pareti della sua baracca in un campo Rom costruito su una discarica in Romania; l’ho visto dirmi di non aver paura, ad otto anni, dopo una crisi epilettica; l’ho visto avere paura di me e della mia vita, ed abbandonarmi; l’ho visto credere nei miracoli; l’ho visto fare i miracoli; l’ho visto provarci e non riuscirci.

Credo sia normale, io spero, che lui mi perdoni; mi perdoni quando non riesco a restare lucido, quando non riesco a scegliere le parole giuste, quando non riesco a raccontare di lui; quando mi sento atterrito ed impotente regalare tutto quello che ho alla rabbia.

Mi perdonerà perché è difficile vedere il proprio dio umiliare se stesso; accade quando lo vedo contare morti come io conto le crocchette del cane, fare calcoli politici senza considerare la vita delle persone che ne sono condizionate; accade quando lo vedo negare diritti agli altri, costruire distinguo su cose incomprensibili come l’etnia, l’orientamento sessuale, la cultura di appartenenza; accade quando lo vedo credere nei confini, e nelle gerarchie, e nelle classi e nel potere.

Accade quando vedo il mio dio diventare razzista, omofobo, fascista.

I tesi sacri che ho tanto amato non parlano mai di un dio che si infila da solo in bocca una spugna piena d’aceto, che si trafigge da solo il costato, che si deride, che mette da solo all’asta la sua unica veste.

Non esiste fede alcuna che ti prepari a vedere il tuo dio violentare se stesso; per questo, sono sicuro, mi perdonerà.