Dove sono i teatranti?

La situazione dei festival, raccontata molto bene dal trovafestival (come sempre), è complessa, complessissima, spaventosa.I tantissimi rinvii, moltissimi a settembre/ottobre, si trasformeranno in “assembramento” (visto che la parola è di moda) che renderà complessa la partecipazione a spettatori, critici, addetti ai lavori, al “pubblico dei festival” insomma.
Certo sono macchine economiche, dietro ci sono persone che lavorano, che devono vivere di questo e che danno da vivere ad altri; capisco bene la loro situazione.
Capisco anche che sarebbe stato difficilissimo, molto difficile, ma sarebbe stato sensato un coordinamento in grado (se ne parlava i primi giorni del blocco covid) di trasformare l’Italia in un grande festival, facendo dialogare tra loro le organizzazioni, le direzioni artistiche.
Ovviamente, ma questo chi mi conosce lo da per scontato, non posso permettermi di prendere in considerazione i festival che si terranno in “streaming” ed ancora pretendono di chiamarsi “teatrali”, perché di fatto di “teatro” non ce ne sarà, ci saranno dei “segni” del teatro; la differenza che c’è, come dicevo altrove, tra guardare un calice in un museo e berci del vino, e trattandosi di “contemporaneo” mi fa lo stesso effetto che mi farebbe se trovassi un bicchiere ikea all’interno di un museo. Abominio, per me; con tutto il rispetto dei tanti che, stando a questo elenco, hanno fatto questa scelta. Anche io oggi ho cucinato, e mi è venuto anche bene; ma non pretendo di chiamarlo teatro quando a tutti gli effetti è “altra cosa”. Un tempo avrei detto “muoiano i teatri, viva il teatro”; nel senso che se per noi il teatro è un atto di fede dobbiamo anche essere disposti a sacrificare le nostre possibilità e le nostre aspettative per tenerlo in vita, anche attraverso il silenzio, anche attraverso l’annullamento. Basterebbe dire ad alta voce che si sta facendo “altro”; non parlare di “fare teatro ai tempi del coronavirus” ma di “fare altro finché il coronavirus non ci permetterà di fare teatro”; solo che, questo, vorrebbe dire perdere la propria collocazione, probabilmente parte dei propri finanziamenti, ed allora scegliamo (legittimamente, assolutamente legittimamente) di travisare il teatro pur di non travisare noi.
Questo “assembramento” e questo “deturpamento” parlano di una categoria, a cui appartengo assolutamente anche io, in rari casi capace di ripensarsi, di uscire dai propri tracciati di sicurezza, rompere i propri potentati e modificare il loro approccio tenendo fede, chiaramente, al teatro. Ecco; questa la mia delusione profonda.Mi sarei aspettato dagli artisti che ci si comportasse da artisti; invece molti di noi hanno assunto col tempo, per necessità e per opportunità, un modus operando così impiegatizio da non riuscire ad essere “altrimenti”.
Non è un j’accuse eh, non mi ho voglia di essere frainteso come ogni volta che parlo in modo esplicito di queste cose; casomai è un “ci” accuse.
Abbiamo inseguito bandi di ogni tipo e su ogni tema, performando noi stessi, il nostro teatro, i nostri temi, pur di “accaparrarsi” il finanziamento, il contributo che ci consente di lavorare (questo non lo dimentico).
Felici abbiamo accettato di essere allevati in cattività; abbiamo chiamato tutto questo “saper fare”, se riuscivamo ad arrivare primi alla mangiatoia ci consideravamo gente che “sa come va il mondo”, se non riuscivamo ad arrivare primi alla mangiatoia eravamo frustrati.
Non siamo più abituati ad avere un rapporti libero e vitale con la creazione; eravamo artigiani, ci siamo ritrovati in catena di montaggio, senza accorgercene.Anzi, molti di noi non se ne sono ancora accorti.Io stesso non so esattamente a che linea sono assegnato.
Pochi sono gli esempi, che vedo, di persone che stanno cercando (anche ritornando “piccoli”) di tornare ad agire come teatranti; che stanno approfittando di questa situazione per migliorarsi mettendo a rischio quanto hanno raggiunto faticosamente negli anni.
A loro va tutta la mia fiducia e, se posso azzardare la parola, il mio amore; gli altri non hanno bisogno né della mia fiducia, né del mio amore, perché sono bazzecole rispetto a quello che hanno già.
https://trovafestival.com/2020/03/05/i-festival-si-tempi-del-coronavirus/e

Digressione

Non sapendo cosa dare, ho chiesto.

“Ho chiesto da subito scusa ai miei allievi; ho vissuto quasi come se facessi loro un torto la scelta, a cui non sono riuscito a venire meno, di interrompere gli appuntamenti con la bottega teatrale di Accademia Minima nel momento in cui ci è stato proibito di condividere lo stesso spazio. Nei primi giorni, quando era in vigore solo un primo distanziamento, abbiamo continuato a lavorare analizzando proprio il distanziamento, applicandolo rigidamente durante gli esercizi, per vedere cosa potesse cambiare nei nostri corpi senza però correre rischi. Abbiamo seguito le regole che ci venivano date, umilmente, senza né eccedere in preoccupazione né metterci a rischio. Finita la compresenza dei corpi nello spazio l’unica cosa che io potessi realmente, in coerenza con quello che per me è teatro, offrire ai miei allievi era il blocco ed il silenzio. Abbiamo conservato esclusivamente la relazione sociale, chiacchierando attraverso i vari mezzi che abbiamo a disposizione. Ho registrato loro dei podcast portandoli con me a conoscere colleghi ed artisti che vivono attivamente la scena contemporanea italiana. Abbiamo parlato di teatro, abbiamo visto documentari di teatro, riprese di vecchi spettacoli, ma non abbiamo “ridotto” al teatro per seguire delle nostre necessità. Perché era l’unica condizione possibile senza voler bluffare con noi stessi e tenere fede a quella citazione di Leo De Berardinis che spesso ci siamo ripetuti. Così non c’è stato teatro tra noi, come ancora non c’è. E’ nato però altro; davanti alla mia incapacità di dare loro qualcosa ho chiesto loro qualcosa. Mi hanno mandato dei file audio, registrati al cellulare. Li ho montati per darci la gioia, chiudendo gli occhi, di essere per quaranta minuti circa in sala assieme a lavorare. Ad un teatro travisato abbiamo preferito un “non teatro” sincero e reale. Abbiamo, dopo averlo ascoltato assieme, deciso di condividerlo con tutti i nostri contatti. E’ necessario usare delle cuffie, possibilmente di buona qualità, e sarà possibile stare un po’ di tempo in compagnia della bottega di Accademia Minima. Un abbraccio a chi c’è stato, ed a a chi ci sarà.”

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Lettera agli spettatori

Cara/o,

ieri sera, mentre controllavamo i materiali di scena, mi è venuta voglia di scriverti; non è considerata una cosa corretta, dovrei parlarti esclusivamente attraverso il mio lavoro, ma qualche volta è necessario seguire esclusivamente il piacere ed io, stasera, ho piacere nel rivolgermi informalmente a te.

Era un po’ di tempo che non riuscivo a portare in questa città dove molto del mio mestiere è cominciato, proprio qui in questi spazi, uno dei miei più recenti inciampi.

Chiamo così i miei spettacoli di ricerca: inciampi. Più o meno fortunati, più o meno piacevoli, inciampi. Uso questo termine perché, nel teatro di ricerca, non si va in scena per mostrare quello che si sa fare (quello, per me, è necessario in altre circostanze) ma quello che non si è ancora in grado di fare; non si mostra in scena una consapevolezza, ma un’intuizione, sghemba, fallace, fragile.

Il confronto costante con i limiti dettati dalle nostre capacità e dal mestiere che facciamo aiuta noi, ed il mestiere, a mantenere sempre una tensione verso qualcosa che non ancora c’è.

Ci spinge verso il futuro. Un mio maestro diceva che ogni volta che siamo in scena percorriamo una linea che parte dai nostri padri e si proietta verso i nostri figli; per quanto noi si possa essere piccoli e marginali, siamo portatori di una “tradizione in vita”.

Andrej è così: un inciampo.

Perché mostrarlo al pubblico, mi domandavo una decina di anni fa…perché mostrare al pubblico ciò che non è perfetto, sicuro, graziato dalla consapevolezza? Poi, col tempo, credo di aver capito.

Perché non esiste teatro che non accada nel corpo degli spettatori.

Non è questione filosofica o metaforica, ma proprio tecnica.

Per quanto io possa agire nello spazio e con lo spazio, lo spettacolo esiste per un buon settanta per cento all’interno del corpo dello spettatore, laddove ciò che l’attore compie si compone in relazione alla biografia di chi partecipa dall’altra parte. Senza la tua presenza nessun mio sforzo diviene reale. Il teatro è artigianato delle relazioni; si compie soltanto se la mia biografia e la tua biografia si compenetrano, in qualche modo, e ne nasce qualcosa che non appartiene a me quanto non appartiene a te: lo spettacolo. Tutto, tutto, tutto dev’essere in funzione di questo.

A cosa serve il prezzo del biglietto, allora?

Serve a fare in modo che il teatro non sia il mestiere di chi si può permettere di fare questo mestiere; serve a preservare la possibilità di occuparsi di questo mestiere per l’intera giornata, dedicandogli la dedizione che merita, senza doverlo relegare ai tempi ed alle possibilità dell’amatorialità.

Il prezzo del biglietto serve, in buona parte, a questo; ed anche è necessario affinché vengano a crearsi le condizioni per cui questo scambio, tra me e te, esista.

Quando paghi il biglietto, quindi, devi essere felice. Vuol dire che dietro non c’è una qualche sovvenzione, un contributo, e neppure le leggi del mercato che vanno sempre più spesso a determinare temi, linguaggi e scelte di noi teatranti. Che si possa parlare del fuoco nell’anno in cui i finanziamenti vanno a chi accetta di parlare di acqua; che si possa parlare di sacro nel tempo in cui la moda, e quindi le richieste di mercato, vanno verso il blasfemo.

Ecco perché devi essere felice, ed io debbo ringraziarti per la libertà che mi dai.

Mi hanno raccontato che nelle grandi pale d’altare le figure, le dimensioni, i colori erano spesso decise dai committenti; solo le predelle, la parte bassa, quella che restava dietro il culo dei sacerdoti e sotto lo sguardo degli oranti erano luogo di libertà degli artisti, che potevano usare le tecniche volute ed i temi preferiti con maggiore facilità.

Ecco. Andrej, grazie a te che paghi il biglietto, è quella parte del mio lavoro che possiamo paragonare ad una predella.

Ora che abbiamo reso possibile, coi miei sforzi e con il tuo biglietto, tutto questo…bene; lasciamo che avvenga lo scambio. Non aspettarti niente, non pretendere niente. Non hai comprato emozioni che non riceverai, ne storie che non racconterò. Soprattutto non cadere anche tu, come spesso facciamo, nella superstizione di una comprensione necessaria. Il teatro è una porzione di vita che condividiamo; e se nella vita quotidiana non cerchiamo di dare significato, non inseguiamo la comprensione di ogni frammento di vissuto, così è anche per il teatro. Io mi auguro che in Andrej non ci sia nulla da capire; nasce dal desiderio di condividere l’istante che precede la creazione, quello in cui maggiormente somigliamo alle divinità, e dal tentativo fallito di dare a me stesso una risposta alla domanda: cosa ne è dell’artista quando l’opera è compiuta?

Mettiamoci nello stesso spazio e nello stesso tempo uno davanti all’altro, e vediamo cosa riusciamo a far nascere assieme.

Il tuo ascolto, il mio ascolto; la tua biografia, la mia biografia. Assieme.

Se ci riusciremo sarà un inciampo che ricorderemo come nostro per molto tempo.

Siena, 26 novembre 2018

Francesco

Disobbedite.

Chiunque oggi abbia la possibilità di parlare a più persone, per il mestiere che si è scelto o per le circostanze della vita, ha il dovere di prendere una posizione chiara contro chi sta distruggendo la nostra cultura.

Quando parlo di “nostra” cultura, parlo della cultura italiana che è in seno alla cultura mediterranea; una cultura che ha sempre posto al centro l’umanità e la difesa della dignità dell’essere umano.

Ricordo, in tempi piuttosto recenti, i pescatori del sud che continuavano a salvare uomini caduti in mare durante la traversata dall’Africa benché rischiassero il sequestro dei pescherecci, il loro unico mezzo di sostentamento; ricordo la grande capacità di costruire relazioni nelle nostre piccole comunità, con facilità ed umanità, finché questa umanità non è stata scelta come bersaglio di chi ha costruito attorno alla paura ed alla xenofobia la propria bandiera politica.

Le immagini di Borghezio, senatore, europarlamentare, dirigente del partito razzista della Lega che gira nei treni regionali spruzzando di disinfettante donne, bambini ed uomini dalla pelle nera sono ancora visibili su youtube, per chi avesse deciso di chiudere gli occhi e fingere di non sapere.

Fingere di non sapere in cambio di una ventilata possibilità che i propri interessi personali siano maggiormente difesi, è esattamente lo stesso comportamento che altri italiani hanno avuto durante il ventennio fascista davanti alle leggi razziali.

Fingere di non sapere.

Fornire un alibi a quanti hanno interesse nel non vedere è anche l’unico reale motivo degli attacchi alle Organizzazioni non governative (ONG) senza le quali quello che accade nel mediterraneo è affidato esclusivamente alla narrazione del ministero razzista.

Solo poche settimane fa dichiarava che nell’ultimo anni “solo un uomo è morto in mare” mentre i fatti ci dicono che sono centinaia di persone; le partenze sono costanti, gli sbarchi sono diminuiti, basta una elementare matematica del dolore per accorgersi che non essendoci una terza via le persone che mancano al conto sono in fondo allo stesso mare dove oggi gli ignavi sguazzano e fanno festa.

Per questo è necessario tornare a raccontare con esattezza e nel dettaglio quanto accade, riportare a galla storie che vengono nascoste; da oggi sarà ancora più forte la funzione politica di mestieri come il mio, e la responsabilità ad essi connessa deve essere chiara.

Il Decreto Sicurezza Bis oltre ad essere un atto da assassini, per quel che riguarda la questione dei diritti umani dei migranti, lo è anche nei confronti di noi cittadini; il diritto di esprimere le proprie idee, il diritto di protestare per la difesa dei propri diritti, è fortemente intaccato…mentre dall’altra parte si sdogana la possibilità di chi venera il fascismo di diffondere e rendere concrete le proprie idee criminali.

In Italia oggi si muore; si muore in mare, si viene pestati per strada solo perché appartenenti a minoranze etniche o perché “apparentemente” stranieri. In Italia oggi è diventato complesso anche insegnare a dei bambini “bella ciao” o parlare loro di costituzione e di resistenza.

In Italia oggi lo stato di diritto è “interrotto” e si spinge verso uno stato di polizia.

Per questo l’invito forte da parte mia ai pochi che mi leggono è quello di disobbedire alle leggi liberticide ed assassine che questo governo sta emanando; rappresaglie legali, multe, galera, violenza personale, aggressioni squadriste non ci fermeranno e, di certo, non ci trasformeranno in bestie come quelle che oggi hanno votato questo decreto.

Ricordo, nella storia del nostro paese, che quando il fascismo era al potere solo una “minoranza” si oppose, accettando di mettere al repentaglio le proprie vite, i propri interessi personali, la propria “tranquillità”; le file dei partigiani si ingrossarono solo ed esclusivamente quando vennero intaccati gli interessi personali di tutti, con l’ultima chiamata di leva.

Agli inizi, ad opporsi al fascismo, erano in pochi; ad opporsi alle leggi razziali erano pochi; ad opporsi alla violazione dei diritti fondamentali dell’uomo, ernao pochi.

Gli altri li chiamavano “pietisti” esattamente come oggi ci chiamano “buonisti”; perché c’è sempre la necessità di creare un personaggio “altro” per nascondere a se stessi che si sta rinunciano alla propria umanità.

Colleghi, maestri, professori, artisti, medici, poliziotti, politici, artigiani: disobbedite, disobbedite, disobbedite.

Le leggi hanno un ordine; per primi vengono i diritti dell’essere umano; donne ed uomini ce li hanno iscritti nella carne dalla loro nascita. Non importa dove ed in che contesto sociale avvenga: nessun diritto può avere come discrimine l’appartenenza etnica, la propria cultura, la propria origine, il proprio orientamento sessuale, la propria condizione sociale ed economica.

Subito dopo, noi Italiani, abbiamo la nostra costituzione; profondamente stuprata da questa gentaglia e da chi gli ha dato il potere. Essa sancisce all’art. 10 che “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.” Non detta condizioni restrittive, non parla di guerra…è molto precisa: DOBBIAMO ACCOGLIERE CHIUNQUA NON VEDA NELLA PROPRIA PATRIA DIFESE LE STESSE LIBERTA’ DEMOCRATICHE CHE ESSA GARANTISCE A NOI”…e questo perché chi è morto per la nostra libertà, così come chi ha scritto la costituzione, avevano chiaro in mente un principio: HANNO LOTTATO E SONO MORTI PER DIRITTI CHE CONSIDERANO UNIVERSALI…non lo hanno fatto solo per “noi”, lo hanno fatto per “tutti”.

Solo dopo, esclusivamente dopo, vengono le leggi immorali di cui stiamo parlando oggi; e solo chi “non vuole vedere” non si accorge di come siano contrarie ai diritti umani ed alla costituzione.

Disobbedite, disobbedite, disobbedite.

Si parla tanto di confini della Patria (ma la patria, contrariamente a quello che viene dichiarato oggi, non ha nulla a che fare coi “confini”…ce lo dimostra la nostra storia) ed in nome di questa menzogna a cui una maggioranza abbocca si marca un confine crudele: quello tra umanità e disumanità.

Tracciato questo confine, non da noi ma da chi ne ha bisogno per gestire il potere, c’è la necessità di scegliere da che parte stare; non esistono vie di mezzo, non si può vivere su un confine, è necessario scegliere.

Disobbedire alle leggi criminali è il discrimine tra essere il potersi considerare ancora donne ed uomini o averne solo l’apparenza.

Come in un vecchio film Carpenter (essi vivono) malgrado l’apparenza umana che ci rende tutti simili, adesso è necessario confermare a se stessi di essere realmente umani.

Prendete posizione.

Disobbedite, disobbedite, disobbedite

La guerra civile è già in atto; il fatto che qualcuno non ne veda le vittime è oramai una colpa.

Mettere ordine

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Ho cominciato a mettere ordine tra le mie conoscenze sull’arte che ha attraversato la mia Napoli; sono pieno di sensazioni strane al riguardo.
E’ un percorso a ritroso che ho fatto con la musica, in primo luogo, e con la letteratura poi; ovviamente con il teatro, anche se quello è un ambito che ho in qualche modo vissuto da un punto di vista differente, interno.
Da una parte mi rendo conto che c’è un universo da imparare; dall’altra avanzando mi riempio di un senso di familiarità.
Molte di queste opere, o piuttosto, molti dei segni di questi artisti mi appartengono.
In questo momento sto riguardando immagini di Battistello Caracciolo (come questa fuga di Pietro), ma potrei parlare di Velasquez, Caravaggio, De Ribeira.
Di quest’utlimo un me tredicenne vide un’esposizione da cui rimase folgorato (nel 1992, Castel Sant’Elmo) e dalle cui sensazioni non mi sono mai liberato; e dire che, all’epoca, la cosa che mi spinse ad andare a vedere quei capolavori fu la curiosità di osservare i lavori di uno che era “immigrato” a Napoli per far crescere la propria arte, sulle orme mi dissero di Caravaggio.

Ho amato molto l’arte del medioevo toscano; quelle superbe madonne che conosciamo solo incise dalle trame del legno, e che amo osservare da vicino, vicinissimo, fino a veder sfogliare la pittura.

Amo più di tutti Rothko…Klee…

Eppure nessuno di questi amori mi mi è entrato dentro quanto quelle prime opere, vissute quasi distrattamente, nella mia Napoli; forse, quegli autori, hanno respirato la mia stessa aria, metabolizzato le stesse geometrie di vicoli, antroni di palazzi, budelli di strade che si attorcigliano su se stesse e d’improvviso ammettono in se l’infinito del mare o del cielo scevro di costruzioni.

Non so; non ho strumenti per spiegarmelo in maniera razionale.

Eppure guardo queste opere e guardo il mio teatro.
Questo è completamente compreso in esse.
I maestri, le teorie che ho adottato e rinnegato, sono tutte comprese nel lavoro di quegli artisti incontrati in adolescenza.

Come se il teatro mi veniva prestato proprio in quei giorni, ne fosse intriso; e come se tutto ciò che arrivato dopo sia servito solo ed esclusivamente a mettere ordine in qualcosa che mi era stato messo dentro dalla mia città.

In essi posso vedere i corpi di Grotowski; la concrezione delle idee di Artaud; i training di Claudio Ascolii; la necessità stereoscopica degli spettatori di Barba; gli abiti di scena sporchi di Michele Del Grosso; l’apparente semplicità iconica di Brook; la materialità di Kantor; le soluzioni sceniche fedeli a se stesso di Nekrosius.

Ritrovo perfino quel gusto per le luci materiche ed inconsistente che scelgo per i miei lavori e che rendono la vita difficile a telecamere e macchine fotografiche.

Appunto allora nel mio brogliaccio tre cose:

1) L’arte performa l’individuo aldilà della sua comprensione delle opere; per lo stesso motivo per cui in alcune religioni si leggono i testi sacri ai bambini, convinti che quelle parole incomprese agiscano ugualmente, dovremmo far nutrire sempre bambini ed adolescenti, ma anche giovani, adulti ed anziani di bellezza.

2) I maestri hanno anche la funzione di mettere in ordine, suggerire percorsi di riconoscimento e consapevolezza, negli elementi della biografia dei propri allievi; non sempre ci rendiamo conto autonomamente della relazione creativa tra cose che ci portiamo dentro e che ci appartengono.

3) Ho vissuto Napoli troppo poco; l’avessi vissuta di più sarei stato più ricco, sicuramente.

(Appunti per “Lettera – per coloro che mi lasciano restare in soglia”; in uscita a fine estate)

#lettera #appunti

Battistello (Giovanni Battista) Caracciolo, Fuga di San Pietro, 1608/09, Pio Monte della Misericordia, Napoli;
Jusepe De Ribera, Maddalena Ventura con il marito e il figlio (1631). Fundación Duque de Lerma, Toledo;

anema cheta

[...] sott'o suror anema cheta
fa pantan e fet [...] Enzo Avitabile, a' pest'

L’umiliazione; il trattare sistematicamente dall’alto, cioè l’abituare chi è in difficoltà all’essere trattati dall’alto, è uno degli strumenti di coercizione in mano agli impotenti.

E’ il potere degli impotenti. Non è il potere che va combattuto; ma gli impotenti che lo usano per dare un senso al proprio esistere.

Dimenticano, però, che chi è abituato al disequilibrio, al doversi accontentare, alla fleissibilità estrema, al dover digerire molti aspetti della propria vita, ha molto meno da perdere rispetto a loro in tema di sicurezza e stabilità.

Ecco perché la reazione, il ribaltamento delle situazioni a cui loro non sono abituati, la rivoluzione, in definitiva, per quanto piccola è la sola azione da compiere.

E quando la sentiranno arrivare avranno paura.

Migrazioni

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Quando mi hanno prestato questo lavoro esso aveva a che fare con la rivoluzione; una rivoluzione squisitamente proiettata sul piano sociale che si nutriva e nutriva il piano personale esclusivamente in quanto strumento.

Io ero necessario al teatro perché esso aveva bisogno di una forma per poter proiettare un’ombra sul contesto in cui mi muovevo; la bellezza era la luce, io il legno da intagliare quotidianamente secondo le esigenze, l’ombra era lo spettacolo, la parete il contesto sociale, lo stupore del pubblico nel riconoscersi in quelle ombre era la scintilla a cui affidare la speranza di un ripensamento sociale, il motore fatale (nel senso dell’affidato al fato) di un cambiamento, di una rivoluzione.

Sono passati venticinque anni; io sono cambiato, il mondo è cambiato. Il teatro, che ha suoi tempi, mi ha accompagnato in una lentezza che ha reso il mio vissuto un gradino o due sotto quello del tempo in cui viviamo. Io sono cambiato lentamente, il mondo attorno è cambiato più velocemente. Io sono invecchiato; lui è sempre giovane.

Questo mestiere che adesso comincio a sentire mio è diventato, e questo non finirà mai di stupirmi, la relazione più vera tra me ed il mio tempo.

Ci pensavo in questi giorni; al quanto non sia diventato rituale dal mio lato della finestra, sempre simile a se stesso, e quanto lo stupore, il cambiamento, arrivi dall’altro lato della finestra.

Fino ad una decina di anni fa le persone che incontravo erano persone meravigliose in cerca di strumenti per far agire la loro bellezza; oggi, per lo più, incontro persone meravigliose che necessitano di strumenti per riconoscersi nella loro bellezza.

Lo stupore che sempre accompagna questo mestiere non è più tanto legato alla bellezza creata, quanto alla bellezza riconosciuta.

Penso al lavoro dei miei maestri; penso al lavoro sulla contenzione, sull’internamento e sulla liberazione incontrato nel mio maestro Claudio Ascoli; penso al lavoro di Armando Punzo, all’interno del carcere di Volterra; penso al messaggio delicato e sconvolgente di Felice Pignataro e della sua arte portata nella periferia “ghetto” della mia Napoli; alle esperienze dirette vissute in questi anni con chi vive in condizione di marginalità e mi accorgo che il mio lavoro, oggi, assomiglia più di sempre al loro.

Eppure non agisco in luoghi di detenzione, non agisco tra individui appartenenti a minoranze, non sempre, in proporzione potrei dire quasi mai.

Cosa è accaduto?

E’ accaduto che la detenzione, la contenzione, la marginalità, sono esplose; la condizione di cui viviamo oggi contempla in se la detenzione, la contenzione, il margine.

Siamo tutti detenuti, siamo tutti internati, siamo tutti marginali; ci diviene complesso anche solo pensarci come “relazione” ed in funzione alla nostra relazionalità.

Nel migliore dei casi riusciamo a percepirci come individui, accompagnati da un nugolo di altri individui che ci circondano in un’area di probabilità relazionale non ben definita, senza riuscire mai a superare i nostri confini che divengono invalicabili.

La relazione tra la nostra interiorità e la nostra esteriorità passa oramai per la rottura o il superamento di una contenzione, di un confine.

Il teatro, nella sua vocazione a divenire strumento, è oggi per chiunque luogo del superamento di questo confine.

Il teatro ha un senso oggi in funzione del nostro essere tutti migranti; ha un senso se ci chiede, e ci consente, di attraversare questo confine.

Non è un attraversamento semplice; prevede una rottura, una frattura, la costruzione di un percorso.

Usciamo da noi stessi in clandestinità, coraggiosi ed impauriti; lo stupore di noi stessi è la nave pronta a soccorrerci, la nostra bellezza la terra pronta ad accoglierci.

 

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Una fotografia di Abbas Attar

Per semplicità non è possibile.

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Qualche giorno fa, Maurizio Boldrini, su Strisciarossa ha pubblicato un articolo (questo) che ho trovato estremamente interessante; non è l’unico invito, arrivato da parte di intellettuali dell’area di sinistra, ad una riflessione su questo tema.

Questo, probabilmente, mi è arrivato al punto giusto.

Credo che alcuni di noi abbiano il compito di accettare, ribadire e vivere pienamente, la complessità della realtà; e che questa complessità debba, per forza, passare attraverso un rifiuto della semplificazione.

Chi conosce i miei spettacoli, soprattutto quelli appartenenti al Teatro dei sintomi, sa che credo fortemente in questo da almeno un decennio…ma nell’uso dei media avevo abbandonato questa “fede”.  La velocità (anche senza scomodare il Kundera de La Lentezza) è sempre inversamente proporzionale alla possibilità che il nostro organismo ha di gustare la vita, metabolizzarla, elaborarla, restituirla al massimo delle proprie possibilità.

Ho lasciato che la riflessione sulle cose cedesse il passo all’immediatezza; il tentativo sciocco di combattere la stupidità con gli strumenti che gli sono più cari.

Non c’è nulla di più fascista, o di congeniale al fascismo, che la velocità.

La velocità è efficace nel far apparire colpito l’obbiettivo, e forse nel colpirlo; un buono slogan, un jingle efficace, fanno vendere il prodotto ma a noi non interessa il prodotto, per quanto vogliano dall’interno e dall’esterno convincerci di questo, noi non proponiamo un “prodotto” non abbiamo questo da vendere.

Abbiamo un’etica da confermare e da tenere in vita; un’etica condivisa, una parola che appare sferzante, che forse non è quella più adatta, ma si, ci siamo capiti, abbiamo un’etica condivisa da tenere in vita e forse da far risorgere.

In un percorso che ha una fine certa, come la vita, l’etica diventa più importante dell’obbiettivo; il modo in cui abbiamo vissuto diventa più importante del modo in cui finiremo la nostra vita e questo, inevitabilmente, ci costringe a rispettare la complessità.

Ai miei allievi dico sempre che il teatro non consente risparmio; se per fare una cosa servono dieci ore non è possibile usarne cinque, bisogna destrutturare l’obbiettivo o, più probabilmente, cambiarlo. Il teatro ha in se questo insegnamento. Così se la realtà ha bisogno di molte parole per essere raccontata bisogna usarle tutte, non una di più, ma neppure una di meno; se ha bisogno di tutte le sfumature del nostro meraviglioso linguaggio perché in noi si costruisca una rappresentazione verosimile che diventi campo per muovere le nostre riflessioni ed agire le nostre scelte, allora dobbiamo usarle tutte queste sfumature.

Ricordo sempre le passeggiate con Mario Luzi a Pienza durante i suoi periodi di riposo ai margini di questa valle; un giovane ed un vecchio, entrambe “ospiti”, tutti e due molto lenti. Sentirlo parlare, sentirlo andare avanti per tanto tempo senza approssimare mai una parola, senza mai una ripetizione…ho un profondo rispetto per quelli come lui, ma soprattutto gli riconoscevo una grande autorevolezza. Laddove non capivo esattamente il perché avesse scelto una parola piuttosto che un’altra, mi muovevo a cercare un vocabolario per decifrarne la connessione, la relazione, la sfumatura.

Uno che ha tutte quelle parole può avere la pretesa di capire e raccontare una complessità, che si tratti del colore della valle che cambia con le stagioni o del concetto di sacro, non importa; non dico che ci riesca, ma è un presupposto valido.

Noi crediamo erroneamente che il linguaggio serva a “comunicare” e ci dimentichiamo della sua funzione essenziale nel “percepire”.

Il linguaggio, la struttura del nostro linguaggio, la sua capacità attraverso i distinguo e le sfumature di aderire alla realtà come un tessuto leggero steso su qualcosa, è la chiave della nostra consapevolezza ed è, sostanzialmente, quello che ci rende “esseri umani”.

Ripenso quindi al saluto di Vik nei suoi post, quel “restiamo umani” che è diventato uno slogan ma che in se contiene l’antitesi allo slogan.

Se c’è una battaglia da vincere, una prima pedina da calare bene in gioco, è il recuperare il valore della complessità; non è annientandola che riusciremo a farci capire dalla maggioranza perché, com’è capitato a me spesso in questi ultimi mesi, è rinunciando ad essa che si diventa a nostra volta maggioranza; ed in questo caso, quando dico maggioranza uso questo termine nella sua accezione più negativa.

Basta slogan, quindi; basta semplificazione, quindi; torniamo a raccontare le cose ricercando la ricchezza ed il dettaglio. Restiamo umani.

 

Teatro e terapia

Spesso mi sono trovato a riflettere su questa relazione, ultimamente un’allieva mi ha chiesto un’opinione su qualcosa di simile.
 
Da sempre ho colleghi che credono profondamente e sinceramente nella funzione terapeutica del teatro, e da sempre vedo altri colleghi occuparsene perché in cerca di una legittimazione sociale al proprio lavoro che apra le casse oramai chiuse degli enti pubblici.
 
In entrambe i casi credo però che si commetta un errore o si affermi una bugia, consapevolmente o meno ovviamente.
 
Personalmente affermo spesso che il teatro mi ha salvato la vita, ed altrettanto spesso che me l’ha rovinata; quella che so di certo che il teatro è performante, nella pratica del teatro avviene una trasformazione dell’attore, si cambia.
Avviene anche che la disciplina del teatro ti costringe ad una relazione con te stesso di conoscenza, accettazione, e quindi amore; è molto difficile diventare ottimi attori se non si attraversa questa relazione, amandosi, ed anche chi non lo ammette spesso lo fa nell’atto stesso del teatro.
 
Non so se questo sia terapeutico, in realtà, non riesco a comprenderlo; però ho una certezza: questa performazione e questa accettazione di sé avviene esclusivamente se l’attore, nel praticare, vive una tensione verso un’alterità, se agisce proteso versò l’altro, verso l’incontro con lo spettatore, verso lo spettacolo.
 
Il teatro che non ha finalità nello spettacolo tradisce il suo nome, è sterile, non è teatro.
 
Credo fermamente che l’attore che durante la pratica sia proteso verso sé, verso il miglioramento di sé, verso la propria crescita, e quindi sì…anche verso la cura di sé…semplicemente non stia facendo teatro.
 
E’ non è una questione terminologica, ma sostanziale.
Se l’accento è posto sulla “terapia” quindi, per me semplicemente non si dovrebbe parlare di teatro; se l’accento è posto sull’incontro con l’altro durante lo spettacolo, allora può darsi, che durante il percorso ci sia anche una “cura del sé”.