Digressione

Madiake Mukodjie Makodjie Mudiake

 

Compagnia Multietnica

foto di Alessio Duranti http://www.alessioduranti.it

Madiake Mukodjie Makodjie Mudiake” è una citazione dal Macbeth, vuol dire “Il bello è brutto, ed il brutto e bello”; è in linua djola, perché alcuni attori la parrlavano. L’ho scelta come titolo perché capovolge il senso comune, mi sembrava rappresentativa del lavoro e di chi lo ha sostenuto.

Capovolgere il “senso comune” è un modo per dire “fare la rivoluzione”.

Si, la rivoluzione.

Non esiste rivoluzione che non passi per un cambiamento profondo nell’immaginario collettivo, nella “narrazione della realtà” ed è da questo, credo, che dovremmo ripartire.

Quello che noto è, infatti, che sia quanti osteggiano il dialogo tra culture che quelli che agiscono per facilitarlo partono dalla stessa narrazione della realtà, si basano su quell’immaginario comune che afferma che “il dialogo tra culture differenti è cosa complessa”.

“Cosa complessa”.

Io non ci credo; non ci credo più. L’osservazione di quello che mi accade attorno, grazie a quell’osservatorio privilegiato che è il teatro, mi dice che la realtà è differente dalla narrazione che ne facciamo.

Dobbiamo destrutturare e ricostruire l’immaginario.

Il dialogo profondo, concreto e “desiderato” tra persone di differenti culture non è “più complesso” del dialogo profondo, concreto e “desiderato” tra persone.

La componente “culturale” non è un discrimine così grande da dettare una differenza in termini di complessità.

Non lo è.

Lo è se il dialogo si sofferma su un piano superficiale, sul piano del linguaggio, sul piano della comprensione delle regole, sul piano della conoscenza culturale. Diventa irrisorio se il dialogo avviene su un piano profondo e concreto.

Il dialogo tra individui, qualsiasi cultura portino in se, simile o dissimile, lontana o vicina, ha come unico discrimine il “desiderio” che esso avvenga.

I desiderio che il dialogo si realizzi.

Il dialogo tra individui, qualsiasi cultura portino in se, simile o dissimile, lontana o vicina, è semplicissimo se si desidera e conseguenzialmente se ci si pone in una logica di accoglienza l’uno dell’altro.

Per dialogare occorre che due persone si desiderino.

Da questo alla nascita di un linguaggio che lo renda possibile, il passo è molto più breve di quello che sembra.

Cominciamo almeno noi ad agire partendo da questo presupposto. Che questo diventi il nostro immaginario ed il nostro modo di narrare al mondo la sua realtà.

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Madiake Mukodjie Makodjie Mudiake.

Madiake Mukodjie Makodjie Mudiake.

E’ una frase in lingua Djola, una delle dodici lingue del senegal, e parlata in altri stati africani. Una specie di “napoletano” mi ha detto un ragazzo senegalese, riferito al fatto che in lingua djola ci sono molte canzoni, componimenti poetici, ed è in genere collegata ad un certo folklore.

Ho deciso di dare al progetto un nome in lingua djola, perché i ragazzi ospiti sprar e cas che hanno lavorato con noi hanno dovuto imparare moltissimo testo in italiano. Mi sembrava di far pari, in un certo senso.

E’ una citazione dal Macbeth, vuol dire “Il bello è brutto, ed il brutto e bello”; mi piace, l’ho scelta perché capovolge il senso comune, mi sembrava rappresentativa del lavoro e di chi lo ha sostenuto.

Perché io, e sono sicuro tutti quelli che hanno sostenuto il progetto, dall’ARCI, ai donaori del crowfounding, ai miei allievi (che Pan li benedica), lo staff della fondazione ELSA e le amministrazioni locali, credo nella possibilità di capovolgere il senso comune.

Capovolgere il “senso comune” è un modo per dire “fare la rivoluzione”.

Si, la rivoluzione.
Non esiste rivoluzione che non passi per un cambiamento profondo nell’immaginario collettivo, nella “narrazione della realtà” ed è da questo, credo, che dovremmo ripartire.

Quello che noto è, infatti, che sia quanti osteggiano il dialogo tra culture che quelli che agiscono per facilitarlo partono dalla stessa narrazione della realtà, si basano su quell’immaginario comune che afferma che “il dialogo tra culture differenti è cosa complessa”.

“Cosa complessa”.

Io non ci credo; non ci credo più. L’osservazione di quello che mi accade attorno, grazie a quell’osservatorio privilegiato che è il teatro, mi dice che la realtà è differente dalla narrazione che ne facciamo.

Dobbiamo destrutturare e ricostruire l’immaginario.

Il dialogo profondo, concreto e “desiderato” tra persone di differenti culture non è “più complesso” del dialogo profondo, concreto e “desiderato” tra persone.
La componente “culturale” non è un discrimine così grande da dettare una differenza in termini di complessità.

Non lo è.
Lo è se il dialogo si sofferma su un piano superficiale, sul piano del linguaggio, sul piano della comprensione delle regole, sul piano della conoscenza culturale. Diventa irrisorio se il dialogo avviene su un piano profondo e concreto.

Il dialogo tra individui, qualsiasi cultura portino in se, simile o dissimile, lontana o vicina, ha come unico discrimine il “desiderio” che esso avvenga.

I desiderio che il dialogo si realizzi.

Il dialogo tra individui, qualsiasi cultura portino in se, simile o dissimile, lontana o vicina, è semplicissimo se si desidera e conseguenzialmente se ci si pone in una logica di accoglienza l’uno dell’altro.

Per dialogare occorre che due persone si desiderino.
Da questo alla nascita di un linguaggio che lo renda possibile, il passo è molto più breve di quello che sembra.

Cominciamo almeno noi ad agire partendo da questo presupposto. Che questo diventi il nostro immaginario ed il nostro modo di narrare al mondo la sua realtà.

Piccole piante.

Per vivere nella fragilità delle dune sabbiose le piccole piante sviluppano radici lunghissime e forti, capaci di rintracciare a chilometri di distanza il nutrimento per la loro identità.
Più passa il tempo e più le radici superano di molte misure l’altezza della stessa pianta.
Ci penso ogni volta che vedo il mare dopo tanto tempo e scopro il mio sguardo assecondare la linea curva dell’orizzonte.
Davanti ad un orizzonte tutti si aspettano qualcosa; ad esempio che qualcuno o qualcosa arrivi o vada via.
Gli orizzonti delle città di mare però sono differenti, perché è il mare ad accompagnare o a trascinare oppure ancora a strappare.
Non si va mai in una città di mare, e mai se ne va via; si viene sempre portati o portati via.
Chi nasce in una città di mare, porta in sè questo seme; vive per sempre in una striscia di terra fragile dove la malinconia e la speranza si toccano.
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Digressione

Mi perdonerà.

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Questo mestiere che mi è stato prestato da bambino, mi ha sempre costretto ad osservare le persone da vicino. Da molto vicino.

E’ diventato un vizio, come altri ma più forte, e forse il solo motivo che mi fa ancora resistere e non me lo fa restituire al mondo.

Così da piccolo ingordo, quale sono stato e sono, ho sempre cercato di ingozzarmi di esseri umani; scappavo alla routine quotidiana per infilarmi alla stazione centrale, nelle stradine del centro, tra Port’alba e San Sebastiano, entravo nei portoni, nelle chiese, nelle biblioteche, nei tanti mercatini e poi da più grande nelle baraccopoli dove ancora vivevano donne ed uomini dal terremoto dell’80, nei campi rom e sinti, nel quartiere cingalese, verso il porto dove si scaricavano e caricavano enormi navi.

Perché ci sono posti, più di altri, dove dio ha meno maschere e si lascia guardare meglio.

Così l’ho visto attraversare forcella, una volta, con dei pantacollant così aderenti che gli si vedeva volgarmente l’assorbente esterno, ma con un viso che non ti permetteva di guardare niente altro; l’ho visto piangere nel cesso di un liceo perché il suo pene non faceva quello che il mondo voleva facesse; l’ho visto abbassare la gonna ad una ragazza, per coprirgli le gambe, mentre lei se ne stava a terra morta di overdose; l’ho visto recitare una poesia di Salvatore Di Giacomo direttamente nella canna di una pistola, guardando negli occhi chi la teneva in mano, ma sperando in cuor suo che fosse veramente finta come sembrava; l’ho visto nascondersi in stanze di monasteri cercando inutilmente di farsi silenzio; l’ho visto offrirmi un biscotto in cambio di un caffellatte seduto sulla sua casa dentro Roma Termini; l’ho visto regalare a me e ad un amico un suo disegno su un pezzo di cartone; l’ho visto raccontarmi di sua figlia senza sapere dove fosse; l’ho visto guardare negli occhi la sua famiglia dicendogli “questo è quello che posso”; l’ho visto schiacciarsi il bacino contro il muro di una vecchia scuola di danza per allargarsi le gambe e poi l’ho visto smettere di danzare, perché la vita gli è andata così; l’ho visto danzare in una sala vuota di un ex manicomio e mostrarmi la sua teofania investendomi di colori e profumi; l’ho visto scattare foto a tutti come alibi per incontrare persone; l’ho visto mostrarmi orgoglioso le decorazioni fatte da se stesso per sua moglie e suo figlio sulle pareti della sua baracca in un campo Rom costruito su una discarica in Romania; l’ho visto dirmi di non aver paura, ad otto anni, dopo una crisi epilettica; l’ho visto avere paura di me e della mia vita, ed abbandonarmi; l’ho visto credere nei miracoli; l’ho visto fare i miracoli; l’ho visto provarci e non riuscirci.

Credo sia normale, io spero, che lui mi perdoni; mi perdoni quando non riesco a restare lucido, quando non riesco a scegliere le parole giuste, quando non riesco a raccontare di lui; quando mi sento atterrito ed impotente regalare tutto quello che ho alla rabbia.

Mi perdonerà perché è difficile vedere il proprio dio umiliare se stesso; accade quando lo vedo contare morti come io conto le crocchette del cane, fare calcoli politici senza considerare la vita delle persone che ne sono condizionate; accade quando lo vedo negare diritti agli altri, costruire distinguo su cose incomprensibili come l’etnia, l’orientamento sessuale, la cultura di appartenenza; accade quando lo vedo credere nei confini, e nelle gerarchie, e nelle classi e nel potere.

Accade quando vedo il mio dio diventare razzista, omofobo, fascista.

I tesi sacri che ho tanto amato non parlano mai di un dio che si infila da solo in bocca una spugna piena d’aceto, che si trafigge da solo il costato, che si deride, che mette da solo all’asta la sua unica veste.

Non esiste fede alcuna che ti prepari a vedere il tuo dio violentare se stesso; per questo, sono sicuro, mi perdonerà.

Resurrezioni

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In questo periodo dell’anno non riesco a non rallentare il passo; c’è una ritualità che non vivo più che però ha performato nel tempo il mio modo di essere.

Questi giorni per me hanno ancora l’odore di cappelle umide, cere, fiori ammassati, incenso; hanno il colore di statue velate, di cristi esposti, del grano tenuto al buio, in stanze chiuse, bugigattoli, dietro paraventi, tessuti, in grossi armadi tarlosi, perché restasse bianco per poi diventare verde, all’improvviso, non appena riaccompagnato al sole o diventasse ciuffo canuto da appendere agli stipiti delle porte, perché le anime dei morti irrequieti non infastidissero i vivi, riconoscendo la loro condizione nel comune pallore e fermandosi a contare filo per filo fino al termine della notte.

Il suono è quello delle campane legate, dei crotali di legno, delle grandi tammorre mute che è poi il suono dei petti battuti dai mea culpa, del sangue e dei lividi portati in vista come si porta un rosario.

Nelle ore della notte riconosco la frescura di certi monasteri, ed il silenzio dei deserti vissuti in compagnia di un testo sacro dentro cui scovare le tracce di dio.

Anche adesso che ho trovato il mio dio, la mente ed il corpo tornano li.

Infondo faccio questo lavoro perché mi consente di stare in disparte ad osservare il mio dio che danza, cade e si rialza, respinge ed è respinto, e crea.

Il mio dio fa pariglia con l’uomo e tira il carro; dalla sponda dove sono seduto non importa più di tanto chi dei due abbia creato l’altro, chi il calco e chi l’impronta di tanta meravigliosa immagine.

Ancora oggi quando ne ho bisogno lo cerco; quando ho voglia di sentirmi piccolo ed ininfluente sul corso delle cose mi rifugio in lui, mi accuccio nelle pieghe che fa il suo corpo, tra i segni delle dita, del seno, della nuca, delle cosce e mi perdo in lui.

Mi ha sempre colpito quella frase del Vangelo di Marco 15,34

Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lama sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Mi domandavo perché l’avessero lasciata in aramaico, e mi sembrava ci fosse qualcosa di misterioso e magico sotto.

Oggi essa per me assume un significato molto differente.

L’ho messa tra le labbra del protagonista del mio Requiem Popolare, egli la usa come giaculatoria petulante all’inizio dello spettacolo, mentre vaga al buio e nudo tra gli spettatori.

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Dio mio, dio mio, perché ti sei abbandonato? Perché non ti occupi più di te? Perché l’uomo non ama più l’uomo?

Credo che sia pensando a questa espressione che, quest anno, non mi viene da fare alcun augurio.

Semmai una sommessa, umile, jastemmante preghiera: alzati in piedi, dio.

Alzatevi in piedi, rialziamoci in piedi.

La sentinella della notte non ha più ore da segnalarci, abbiamo contato le tre lune, adesso è il momento di risorgere, tutti assieme.

Che l’uomo non abbandoni più l’uomo, questo.

Ve ne prego! Risorgiamo; risorgiamo come fa il sassofono di Raphael Ravenscroft nel finale di quel pezzo meraviglioso di The Final Cut

Posso vivere senza il dio delle chiese, ma non ci riesco proprio senza il mio dio, senza di voi, senza di te e di me.

Che l’uomo torni ad innamorarsi dell’uomo.

Mio dio, mio tutto, mio uomo, mia donna, mio me, ascoltami.

Francesco Chiantese

Una foto di Nataly Montanari scattata pochi giorni fa durante una sessione di prove di Antigone, forse del PanTheatre


 

Jastemma

Non amo particolarmente il teatro di narrazione; l’ho studiato, lo pratico, talvolta lo insegno eppure non ne subisco il fascino. Per me la narrazione è sempre stato uno strumento per avvicinarmi alla drammaturgia, l’ho sempre vissuta come momento “altro” della mia vita, anche professionale. Sono un attore, un regista, un autore, un pedagogo, quello che vuoi…che ogni tanto si occupa di narrazione, a margine, perché sta “cercando” qualcosa.

Quel “qualcosa” è spesso, e lo è anche in questo caso, il grado zero del teatro; quella sensazione di aver voglia di dire qualcosa, avere di fronte chi ha voglia di ascoltare qualcosa, e trovarsi li sul momento a costruire la relazione, a cercare gli strumenti, e se vuoi le parole, perché questo “qualcosa” che è desiderio comune passi dall’uno all’altro.

E’ stato così per anni con Cicuta! Una apologia di Socrate, è in buona parte così con Moby Dick Blues e lo sarà ancora di più con Jastemma.

In queste circostanze sono io, con la mia biografia, senza una maschera a farmi da alibi e senza una struttura reale a farmi da paracadute, a stare davanti ad altre persone; un desiderio di nudità ed intimità di cui sono innamorato. Perché i desideri si possono amare, e quando si amano troppo, diventano vizi.

Ecco; il mio nuovo compagno di viaggio, il mio cortellino svizzero da potermi portare sempre in tasca, si chiama Jastemma e questo post serve esclusivamente a dirvi che è nato e non vede l’ora di incontrarvi.

Jastemma
Tre fatti e due canzoni di poco conto.

di e con
Francesco Chiantese

vagamente ispirato a
– De arte venandi cum avibus, Federico II di Svevia
– Un paio di occhiali, Anna Maria Ortese
– Yossl Rakover si rivolge a Dio, Zvi Kolitz

Nei prossimi mesi ci saranno una serie di “anteprime” che permetteranno il rodaggio di questo mio nuovo lavoro solista; più di tutte amerò l’anteprima che faremo ad Aversa (CE) nei primi giorni di maggio perché la terrò principalmente in lingua napoletana, perché è in quella lingua che questo lavoro è stato “sognato” e, per una volta, a tutti gli altri toccherà una traduzione in italiano. Laddove possibile cercherò, come sempre, di avere ospiti che giochino in scena con me e con il pubblico.

Presto altri dettagli.

 

Essere presenti a se stessi.

Esiste un tempo sognato; lo conosciamo tutti.

Epoche che hanno costituito il nostro immaginario; epoche passate che non conosciamo se non dalle tracce lasciate, epoche future che non conosciamo se non per le intuizioni che riusciamo ad averne.

Esiste un tempo presente, invece, in cui siamo costretti a vivere.

Il più grande sbaglio che possiamo fare è coniugare le “tracce” al passato e le “intuizioni” al futuro; eppure, quello che dovremmo fare, è utilizzare le tracce per poter sognare il presente.

Dobbiamo tutti lavorare per costruire un immaginario del presente che ci somigli; è questo quello che ci manca, un immaginario più umano in cui vivere.

Il mio teatro, in questo ultimo anno, è tornato ad incontrare le persone con maggiore pienezza; prima con la strada, con la solitudine della strada, con la difficoltà della strada, con la poesia della strada. Adesso mischiando la propria biografia con due splendidi progetti, quello che mi sta facendo dialogare con gli attivisti del movimento Pansessuale senese, e quello che sto realizzando assieme all’ARCI Provinciale ed ai miei allievi italiani e migranti. Due doni bellissimi a lungo sognati a lungo preparati ma arrivati quando meno li aspettavo. Moby Dick Blues, mi sta portando in giro per circoli, locali da musica, pub; e sto scrivendo Jastemma, che come un tempo Cicuta! sarà il mio lavoro da “passeggio” che sta in uno zaino, che posso portare dove voglio, quando voglio, e che vive solo della relazione tra me e chi ha voglia di incontrarmi.

Così attraverso il mio teatro anche io sto riscoprendo il concetto di prossimità, di stare vicino.

Questo non vuol dire che d’improvviso diventerò meno orso, meno monastico, o che la mia poetica cambierà: Andrej, lo spettacolo per cui tra poco entreremo in sala, appartiene a quella linea che parte da l0ntano e che mi accompagnerà ancora per molto, ed io continuo a preferire piccoli gruppi, piccole città, luoghi dove posso girare l’angolo e restare solo quando ne ho bisogno.

Vuol dire che, forse, passato un periodo complesso che è durato fin troppo, sto cercando di tornare a costruire nel presente immaginari per il presente. Incontrare nuovamente la strada mi ha fatto passare la voglia di scommettere sul futuro e di ripensare al passato.

Essere presenti a se stessi; questo conta. E’ l’unico modo che abbiamo per poter, di conseguenza, essere assenti a noi stessi quando le cose devono accadere malgrado noi.

 

 

 

Dondero

Mario Dondero. “Luomo che voleva raggiungere la luna.” (1994)