anema cheta

[...] sott'o suror anema cheta
fa pantan e fet [...] Enzo Avitabile, a' pest'

L’umiliazione; il trattare sistematicamente dall’alto, cioè l’abituare chi è in difficoltà all’essere trattati dall’alto, è uno degli strumenti di coercizione in mano agli impotenti.

E’ il potere degli impotenti. Non è il potere che va combattuto; ma gli impotenti che lo usano per dare un senso al proprio esistere.

Dimenticano, però, che chi è abituato al disequilibrio, al doversi accontentare, alla fleissibilità estrema, al dover digerire molti aspetti della propria vita, ha molto meno da perdere rispetto a loro in tema di sicurezza e stabilità.

Ecco perché la reazione, il ribaltamento delle situazioni a cui loro non sono abituati, la rivoluzione, in definitiva, per quanto piccola è la sola azione da compiere.

E quando la sentiranno arrivare avranno paura.

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Migrazioni

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Quando mi hanno prestato questo lavoro esso aveva a che fare con la rivoluzione; una rivoluzione squisitamente proiettata sul piano sociale che si nutriva e nutriva il piano personale esclusivamente in quanto strumento.

Io ero necessario al teatro perché esso aveva bisogno di una forma per poter proiettare un’ombra sul contesto in cui mi muovevo; la bellezza era la luce, io il legno da intagliare quotidianamente secondo le esigenze, l’ombra era lo spettacolo, la parete il contesto sociale, lo stupore del pubblico nel riconoscersi in quelle ombre era la scintilla a cui affidare la speranza di un ripensamento sociale, il motore fatale (nel senso dell’affidato al fato) di un cambiamento, di una rivoluzione.

Sono passati venticinque anni; io sono cambiato, il mondo è cambiato. Il teatro, che ha suoi tempi, mi ha accompagnato in una lentezza che ha reso il mio vissuto un gradino o due sotto quello del tempo in cui viviamo. Io sono cambiato lentamente, il mondo attorno è cambiato più velocemente. Io sono invecchiato; lui è sempre giovane.

Questo mestiere che adesso comincio a sentire mio è diventato, e questo non finirà mai di stupirmi, la relazione più vera tra me ed il mio tempo.

Ci pensavo in questi giorni; al quanto non sia diventato rituale dal mio lato della finestra, sempre simile a se stesso, e quanto lo stupore, il cambiamento, arrivi dall’altro lato della finestra.

Fino ad una decina di anni fa le persone che incontravo erano persone meravigliose in cerca di strumenti per far agire la loro bellezza; oggi, per lo più, incontro persone meravigliose che necessitano di strumenti per riconoscersi nella loro bellezza.

Lo stupore che sempre accompagna questo mestiere non è più tanto legato alla bellezza creata, quanto alla bellezza riconosciuta.

Penso al lavoro dei miei maestri; penso al lavoro sulla contenzione, sull’internamento e sulla liberazione incontrato nel mio maestro Claudio Ascoli; penso al lavoro di Armando Punzo, all’interno del carcere di Volterra; penso al messaggio delicato e sconvolgente di Felice Pignataro e della sua arte portata nella periferia “ghetto” della mia Napoli; alle esperienze dirette vissute in questi anni con chi vive in condizione di marginalità e mi accorgo che il mio lavoro, oggi, assomiglia più di sempre al loro.

Eppure non agisco in luoghi di detenzione, non agisco tra individui appartenenti a minoranze, non sempre, in proporzione potrei dire quasi mai.

Cosa è accaduto?

E’ accaduto che la detenzione, la contenzione, la marginalità, sono esplose; la condizione di cui viviamo oggi contempla in se la detenzione, la contenzione, il margine.

Siamo tutti detenuti, siamo tutti internati, siamo tutti marginali; ci diviene complesso anche solo pensarci come “relazione” ed in funzione alla nostra relazionalità.

Nel migliore dei casi riusciamo a percepirci come individui, accompagnati da un nugolo di altri individui che ci circondano in un’area di probabilità relazionale non ben definita, senza riuscire mai a superare i nostri confini che divengono invalicabili.

La relazione tra la nostra interiorità e la nostra esteriorità passa oramai per la rottura o il superamento di una contenzione, di un confine.

Il teatro, nella sua vocazione a divenire strumento, è oggi per chiunque luogo del superamento di questo confine.

Il teatro ha un senso oggi in funzione del nostro essere tutti migranti; ha un senso se ci chiede, e ci consente, di attraversare questo confine.

Non è un attraversamento semplice; prevede una rottura, una frattura, la costruzione di un percorso.

Usciamo da noi stessi in clandestinità, coraggiosi ed impauriti; lo stupore di noi stessi è la nave pronta a soccorrerci, la nostra bellezza la terra pronta ad accoglierci.

 

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Una fotografia di Abbas Attar

Per semplicità non è possibile.

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Qualche giorno fa, Maurizio Boldrini, su Strisciarossa ha pubblicato un articolo (questo) che ho trovato estremamente interessante; non è l’unico invito, arrivato da parte di intellettuali dell’area di sinistra, ad una riflessione su questo tema.

Questo, probabilmente, mi è arrivato al punto giusto.

Credo che alcuni di noi abbiano il compito di accettare, ribadire e vivere pienamente, la complessità della realtà; e che questa complessità debba, per forza, passare attraverso un rifiuto della semplificazione.

Chi conosce i miei spettacoli, soprattutto quelli appartenenti al Teatro dei sintomi, sa che credo fortemente in questo da almeno un decennio…ma nell’uso dei media avevo abbandonato questa “fede”.  La velocità (anche senza scomodare il Kundera de La Lentezza) è sempre inversamente proporzionale alla possibilità che il nostro organismo ha di gustare la vita, metabolizzarla, elaborarla, restituirla al massimo delle proprie possibilità.

Ho lasciato che la riflessione sulle cose cedesse il passo all’immediatezza; il tentativo sciocco di combattere la stupidità con gli strumenti che gli sono più cari.

Non c’è nulla di più fascista, o di congeniale al fascismo, che la velocità.

La velocità è efficace nel far apparire colpito l’obbiettivo, e forse nel colpirlo; un buono slogan, un jingle efficace, fanno vendere il prodotto ma a noi non interessa il prodotto, per quanto vogliano dall’interno e dall’esterno convincerci di questo, noi non proponiamo un “prodotto” non abbiamo questo da vendere.

Abbiamo un’etica da confermare e da tenere in vita; un’etica condivisa, una parola che appare sferzante, che forse non è quella più adatta, ma si, ci siamo capiti, abbiamo un’etica condivisa da tenere in vita e forse da far risorgere.

In un percorso che ha una fine certa, come la vita, l’etica diventa più importante dell’obbiettivo; il modo in cui abbiamo vissuto diventa più importante del modo in cui finiremo la nostra vita e questo, inevitabilmente, ci costringe a rispettare la complessità.

Ai miei allievi dico sempre che il teatro non consente risparmio; se per fare una cosa servono dieci ore non è possibile usarne cinque, bisogna destrutturare l’obbiettivo o, più probabilmente, cambiarlo. Il teatro ha in se questo insegnamento. Così se la realtà ha bisogno di molte parole per essere raccontata bisogna usarle tutte, non una di più, ma neppure una di meno; se ha bisogno di tutte le sfumature del nostro meraviglioso linguaggio perché in noi si costruisca una rappresentazione verosimile che diventi campo per muovere le nostre riflessioni ed agire le nostre scelte, allora dobbiamo usarle tutte queste sfumature.

Ricordo sempre le passeggiate con Mario Luzi a Pienza durante i suoi periodi di riposo ai margini di questa valle; un giovane ed un vecchio, entrambe “ospiti”, tutti e due molto lenti. Sentirlo parlare, sentirlo andare avanti per tanto tempo senza approssimare mai una parola, senza mai una ripetizione…ho un profondo rispetto per quelli come lui, ma soprattutto gli riconoscevo una grande autorevolezza. Laddove non capivo esattamente il perché avesse scelto una parola piuttosto che un’altra, mi muovevo a cercare un vocabolario per decifrarne la connessione, la relazione, la sfumatura.

Uno che ha tutte quelle parole può avere la pretesa di capire e raccontare una complessità, che si tratti del colore della valle che cambia con le stagioni o del concetto di sacro, non importa; non dico che ci riesca, ma è un presupposto valido.

Noi crediamo erroneamente che il linguaggio serva a “comunicare” e ci dimentichiamo della sua funzione essenziale nel “percepire”.

Il linguaggio, la struttura del nostro linguaggio, la sua capacità attraverso i distinguo e le sfumature di aderire alla realtà come un tessuto leggero steso su qualcosa, è la chiave della nostra consapevolezza ed è, sostanzialmente, quello che ci rende “esseri umani”.

Ripenso quindi al saluto di Vik nei suoi post, quel “restiamo umani” che è diventato uno slogan ma che in se contiene l’antitesi allo slogan.

Se c’è una battaglia da vincere, una prima pedina da calare bene in gioco, è il recuperare il valore della complessità; non è annientandola che riusciremo a farci capire dalla maggioranza perché, com’è capitato a me spesso in questi ultimi mesi, è rinunciando ad essa che si diventa a nostra volta maggioranza; ed in questo caso, quando dico maggioranza uso questo termine nella sua accezione più negativa.

Basta slogan, quindi; basta semplificazione, quindi; torniamo a raccontare le cose ricercando la ricchezza ed il dettaglio. Restiamo umani.

 

Teatro e terapia

Spesso mi sono trovato a riflettere su questa relazione, ultimamente un’allieva mi ha chiesto un’opinione su qualcosa di simile.
 
Da sempre ho colleghi che credono profondamente e sinceramente nella funzione terapeutica del teatro, e da sempre vedo altri colleghi occuparsene perché in cerca di una legittimazione sociale al proprio lavoro che apra le casse oramai chiuse degli enti pubblici.
 
In entrambe i casi credo però che si commetta un errore o si affermi una bugia, consapevolmente o meno ovviamente.
 
Personalmente affermo spesso che il teatro mi ha salvato la vita, ed altrettanto spesso che me l’ha rovinata; quella che so di certo che il teatro è performante, nella pratica del teatro avviene una trasformazione dell’attore, si cambia.
Avviene anche che la disciplina del teatro ti costringe ad una relazione con te stesso di conoscenza, accettazione, e quindi amore; è molto difficile diventare ottimi attori se non si attraversa questa relazione, amandosi, ed anche chi non lo ammette spesso lo fa nell’atto stesso del teatro.
 
Non so se questo sia terapeutico, in realtà, non riesco a comprenderlo; però ho una certezza: questa performazione e questa accettazione di sé avviene esclusivamente se l’attore, nel praticare, vive una tensione verso un’alterità, se agisce proteso versò l’altro, verso l’incontro con lo spettatore, verso lo spettacolo.
 
Il teatro che non ha finalità nello spettacolo tradisce il suo nome, è sterile, non è teatro.
 
Credo fermamente che l’attore che durante la pratica sia proteso verso sé, verso il miglioramento di sé, verso la propria crescita, e quindi sì…anche verso la cura di sé…semplicemente non stia facendo teatro.
 
E’ non è una questione terminologica, ma sostanziale.
Se l’accento è posto sulla “terapia” quindi, per me semplicemente non si dovrebbe parlare di teatro; se l’accento è posto sull’incontro con l’altro durante lo spettacolo, allora può darsi, che durante il percorso ci sia anche una “cura del sé”.

Pieve di Corsignano, Requiem Popolare

Il 25 aprile del 2009 Requiem Popolare debutta, nella prima stesura con Maurizio Costanini al contrabbasso e la danzatrice Ilaria Fontana proprio nella Pieve di Corsignano ai margini di Pienza.

Molto di quel lavoro era in effetti nato proprio in quello spazio; la recita rischiò di saltare, a pochissimi giorni dal debutto, perché la commissione della diocesi di Monepulciano-Chiusi-Pienza incaricata di valutare gli spettacoli ospitati nei luoghi sacri, anche su pressioni dell’allora parroco della parrocchia di pertinenza, ritenne inadeguato il mio lavoro. Ovviamente senza averlo prima visto, scheda tecnica alla mano. Trovai il tutto molto ironico, visto che il testo utilizzato era esclusivamente di Tommaso da Celano (Santo) ed equivaleva alla messa requiem in latino; ma nello stesso tempo mi arrabbiai molto, considerando che in quello spazio (e nel prato immediatamente contiguo) ho visto negli anni “spettacoli” di ogni tipo (qualche anno dopo anche una cerimonia con uno sciamano).

Fatto sta che li ci fu il debutto; ma anche una buona parte del mio lavoro di studio.

Molto, anche in quel caso (a dimostrazione del fatto che tendo a reiterare gli stessi temi) ad affascinarmi erano le incisioni sulle pareti della piccola pieve.

Incisioni riferite, per lo più, a semine e nevicate che probabilmente venivano incise a retaggio dei culti pagani precedenti che il culto mariano ha inglobato.

Poco distante, a conferma, anche una “poccia lattaia” e delle fonti ed un piccolo affresco dedicato appunto alla madonna del latte.

Anche questo, per me, appartiene al bios di Andrej.

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Dei temi

Nel percorso che parte da Requiem Popolare, passa per Cretti, o delle fragilità ed arriva ad Andrej mi ha sempre colpito sentirmi fare domande sui temi a cui mi dedico attraverso il mio teatro.

Le arti si sono sempre occupate del sacro, di quello che ci trascende, del mistero che ci accompagna quotidianamente; perché il teatro contemporaneo dovrebbe smettere di porre domande su questo? Perché io, in questo caso, sono un ateo? Perché ci sono argomenti più importanti di cui occuparsi?

Non trovo nulla di più opportuno adesso per il mio teatro che occuparsi della nascita e della morte e di tutto ciò che ci relaziona all’uno ed all’altro limite e quindi, di conseguenza, del sacro.

Non si tratta di prendere le distanze dalla realtà, allontanarsi dal quotidiano, quanto piuttosto di radicarsi profondamente in esso, affondarci, appartenere con insistenza alla materia; non si tratta di non affrontare tematiche sociali o politiche, anzi, si tratta di arrivare alla radice di tutto questo.

Affrontare ad esempio il problema dei confini conoscendo l’esperienza di confine che un corpo impone a se stesso, affrontare il problema del precariato riconoscendosi nel disequilibrio del proprio corpo, affrontare il tema della giustizia sociale rendendo evidente quanto siamo tutti uguali nella nostra fragilità e nelle nostre ferite.

Si può frequentare il sacro per distrazione, lo si può fare per astrazione, ma è possibile viverlo anche come incarnazione.

 

 

Perché uno studio su Andrej?

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In teatro le parole perdono spesso la relazione con l’atto concreto che vorrebbero comunicare, e questo perché ci sentiamo, e forse siamo, tutti un po nomotechi ed anche la parola “studio” ha assunto, nel tempo e nelle pratiche, significati differenti ed è espressione di necessità e opportunità differenti.

Perché ho scelto di preparare uno “studio” (un “primo” studio) su Andrej?

Andrej è un progetto che si porta dentro, accanto a tutto il mio amore, anche tutta la complessità a cui non so rinunciare.
Ci sono dentro porzioni di vita, scelte sbagliate, problemi economici, problemi di salute, incontri sbagliati, ma anche stupore, meraviglia, incontri meravigliosi…adesso ho bisogno di mettere ordine, per poter andare avanti nella creazione.

Mettere ordine, per me, è impossibile senza l’incontro col pubblico.

Allora ho chiamato “la famiglia” teatrale che mi è più vicina ed ho ed ho predisposto questo “primo studio”.
Incontrerò il pubblico, incontrerò dei critici, incontrerò (spero) dei colleghi, mostrerò loro lo studio e cercherò di attivare con loro un dialogo.

Accanto al dialogo indispensabile che è proprio dell’atto teatrale, ricercherò un dialogo a posteriori, una riflessione condivisa.

La “soluzione” non è mai la semplificazione, preferisco chiedere a tutti la disponibilità a contribuire alla complessità.

Lo spazio vuoto (Cajka Teatro Modena)

L’ultima fase di scrittura, per Andrej, inizia come sempre: dopo il disordine di informazioni, immagini, testi, scritture sovrapposte, si spazza via tutto, si fa ordine, e si riparte dall’osservazione dello spazio vuoto.

Il mio spazio vuoto, questa volta, è stata la sala in legno chiaro e pareti bianche del Cajka Teatro di Avanguardia Popolare di Modena https://www.cajkateatro.net/ che ci ha ospitati (ma torneremo presto) per una residenza.

Modena è terra di amici e compagni di viaggio; scambiare qualche parola con loro mi è stato estremamente utile.

Assieme, con anche Matteo Pecorini dei Chille de la balanza, ci siamo seduti metaforicamente ad osservare lo spazio, perché il teatro prendesse forma.

Alcune incertezze hanno dettato il nostro programma, e si sono congedate da noi poche ore fa; adesso procediamo più leggeri verso il 12 novembre, quando a San Salvi verrà presentata l’anteprima nazionale.