Disobbedite.

Chiunque oggi abbia la possibilità di parlare a più persone, per il mestiere che si è scelto o per le circostanze della vita, ha il dovere di prendere una posizione chiara contro chi sta distruggendo la nostra cultura.

Quando parlo di “nostra” cultura, parlo della cultura italiana che è in seno alla cultura mediterranea; una cultura che ha sempre posto al centro l’umanità e la difesa della dignità dell’essere umano.

Ricordo, in tempi piuttosto recenti, i pescatori del sud che continuavano a salvare uomini caduti in mare durante la traversata dall’Africa benché rischiassero il sequestro dei pescherecci, il loro unico mezzo di sostentamento; ricordo la grande capacità di costruire relazioni nelle nostre piccole comunità, con facilità ed umanità, finché questa umanità non è stata scelta come bersaglio di chi ha costruito attorno alla paura ed alla xenofobia la propria bandiera politica.

Le immagini di Borghezio, senatore, europarlamentare, dirigente del partito razzista della Lega che gira nei treni regionali spruzzando di disinfettante donne, bambini ed uomini dalla pelle nera sono ancora visibili su youtube, per chi avesse deciso di chiudere gli occhi e fingere di non sapere.

Fingere di non sapere in cambio di una ventilata possibilità che i propri interessi personali siano maggiormente difesi, è esattamente lo stesso comportamento che altri italiani hanno avuto durante il ventennio fascista davanti alle leggi razziali.

Fingere di non sapere.

Fornire un alibi a quanti hanno interesse nel non vedere è anche l’unico reale motivo degli attacchi alle Organizzazioni non governative (ONG) senza le quali quello che accade nel mediterraneo è affidato esclusivamente alla narrazione del ministero razzista.

Solo poche settimane fa dichiarava che nell’ultimo anni “solo un uomo è morto in mare” mentre i fatti ci dicono che sono centinaia di persone; le partenze sono costanti, gli sbarchi sono diminuiti, basta una elementare matematica del dolore per accorgersi che non essendoci una terza via le persone che mancano al conto sono in fondo allo stesso mare dove oggi gli ignavi sguazzano e fanno festa.

Per questo è necessario tornare a raccontare con esattezza e nel dettaglio quanto accade, riportare a galla storie che vengono nascoste; da oggi sarà ancora più forte la funzione politica di mestieri come il mio, e la responsabilità ad essi connessa deve essere chiara.

Il Decreto Sicurezza Bis oltre ad essere un atto da assassini, per quel che riguarda la questione dei diritti umani dei migranti, lo è anche nei confronti di noi cittadini; il diritto di esprimere le proprie idee, il diritto di protestare per la difesa dei propri diritti, è fortemente intaccato…mentre dall’altra parte si sdogana la possibilità di chi venera il fascismo di diffondere e rendere concrete le proprie idee criminali.

In Italia oggi si muore; si muore in mare, si viene pestati per strada solo perché appartenenti a minoranze etniche o perché “apparentemente” stranieri. In Italia oggi è diventato complesso anche insegnare a dei bambini “bella ciao” o parlare loro di costituzione e di resistenza.

In Italia oggi lo stato di diritto è “interrotto” e si spinge verso uno stato di polizia.

Per questo l’invito forte da parte mia ai pochi che mi leggono è quello di disobbedire alle leggi liberticide ed assassine che questo governo sta emanando; rappresaglie legali, multe, galera, violenza personale, aggressioni squadriste non ci fermeranno e, di certo, non ci trasformeranno in bestie come quelle che oggi hanno votato questo decreto.

Ricordo, nella storia del nostro paese, che quando il fascismo era al potere solo una “minoranza” si oppose, accettando di mettere al repentaglio le proprie vite, i propri interessi personali, la propria “tranquillità”; le file dei partigiani si ingrossarono solo ed esclusivamente quando vennero intaccati gli interessi personali di tutti, con l’ultima chiamata di leva.

Agli inizi, ad opporsi al fascismo, erano in pochi; ad opporsi alle leggi razziali erano pochi; ad opporsi alla violazione dei diritti fondamentali dell’uomo, ernao pochi.

Gli altri li chiamavano “pietisti” esattamente come oggi ci chiamano “buonisti”; perché c’è sempre la necessità di creare un personaggio “altro” per nascondere a se stessi che si sta rinunciano alla propria umanità.

Colleghi, maestri, professori, artisti, medici, poliziotti, politici, artigiani: disobbedite, disobbedite, disobbedite.

Le leggi hanno un ordine; per primi vengono i diritti dell’essere umano; donne ed uomini ce li hanno iscritti nella carne dalla loro nascita. Non importa dove ed in che contesto sociale avvenga: nessun diritto può avere come discrimine l’appartenenza etnica, la propria cultura, la propria origine, il proprio orientamento sessuale, la propria condizione sociale ed economica.

Subito dopo, noi Italiani, abbiamo la nostra costituzione; profondamente stuprata da questa gentaglia e da chi gli ha dato il potere. Essa sancisce all’art. 10 che “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.” Non detta condizioni restrittive, non parla di guerra…è molto precisa: DOBBIAMO ACCOGLIERE CHIUNQUA NON VEDA NELLA PROPRIA PATRIA DIFESE LE STESSE LIBERTA’ DEMOCRATICHE CHE ESSA GARANTISCE A NOI”…e questo perché chi è morto per la nostra libertà, così come chi ha scritto la costituzione, avevano chiaro in mente un principio: HANNO LOTTATO E SONO MORTI PER DIRITTI CHE CONSIDERANO UNIVERSALI…non lo hanno fatto solo per “noi”, lo hanno fatto per “tutti”.

Solo dopo, esclusivamente dopo, vengono le leggi immorali di cui stiamo parlando oggi; e solo chi “non vuole vedere” non si accorge di come siano contrarie ai diritti umani ed alla costituzione.

Disobbedite, disobbedite, disobbedite.

Si parla tanto di confini della Patria (ma la patria, contrariamente a quello che viene dichiarato oggi, non ha nulla a che fare coi “confini”…ce lo dimostra la nostra storia) ed in nome di questa menzogna a cui una maggioranza abbocca si marca un confine crudele: quello tra umanità e disumanità.

Tracciato questo confine, non da noi ma da chi ne ha bisogno per gestire il potere, c’è la necessità di scegliere da che parte stare; non esistono vie di mezzo, non si può vivere su un confine, è necessario scegliere.

Disobbedire alle leggi criminali è il discrimine tra essere il potersi considerare ancora donne ed uomini o averne solo l’apparenza.

Come in un vecchio film Carpenter (essi vivono) malgrado l’apparenza umana che ci rende tutti simili, adesso è necessario confermare a se stessi di essere realmente umani.

Prendete posizione.

Disobbedite, disobbedite, disobbedite

La guerra civile è già in atto; il fatto che qualcuno non ne veda le vittime è oramai una colpa.

Mettere ordine

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Ho cominciato a mettere ordine tra le mie conoscenze sull’arte che ha attraversato la mia Napoli; sono pieno di sensazioni strane al riguardo.
E’ un percorso a ritroso che ho fatto con la musica, in primo luogo, e con la letteratura poi; ovviamente con il teatro, anche se quello è un ambito che ho in qualche modo vissuto da un punto di vista differente, interno.
Da una parte mi rendo conto che c’è un universo da imparare; dall’altra avanzando mi riempio di un senso di familiarità.
Molte di queste opere, o piuttosto, molti dei segni di questi artisti mi appartengono.
In questo momento sto riguardando immagini di Battistello Caracciolo (come questa fuga di Pietro), ma potrei parlare di Velasquez, Caravaggio, De Ribeira.
Di quest’utlimo un me tredicenne vide un’esposizione da cui rimase folgorato (nel 1992, Castel Sant’Elmo) e dalle cui sensazioni non mi sono mai liberato; e dire che, all’epoca, la cosa che mi spinse ad andare a vedere quei capolavori fu la curiosità di osservare i lavori di uno che era “immigrato” a Napoli per far crescere la propria arte, sulle orme mi dissero di Caravaggio.

Ho amato molto l’arte del medioevo toscano; quelle superbe madonne che conosciamo solo incise dalle trame del legno, e che amo osservare da vicino, vicinissimo, fino a veder sfogliare la pittura.

Amo più di tutti Rothko…Klee…

Eppure nessuno di questi amori mi mi è entrato dentro quanto quelle prime opere, vissute quasi distrattamente, nella mia Napoli; forse, quegli autori, hanno respirato la mia stessa aria, metabolizzato le stesse geometrie di vicoli, antroni di palazzi, budelli di strade che si attorcigliano su se stesse e d’improvviso ammettono in se l’infinito del mare o del cielo scevro di costruzioni.

Non so; non ho strumenti per spiegarmelo in maniera razionale.

Eppure guardo queste opere e guardo il mio teatro.
Questo è completamente compreso in esse.
I maestri, le teorie che ho adottato e rinnegato, sono tutte comprese nel lavoro di quegli artisti incontrati in adolescenza.

Come se il teatro mi veniva prestato proprio in quei giorni, ne fosse intriso; e come se tutto ciò che arrivato dopo sia servito solo ed esclusivamente a mettere ordine in qualcosa che mi era stato messo dentro dalla mia città.

In essi posso vedere i corpi di Grotowski; la concrezione delle idee di Artaud; i training di Claudio Ascolii; la necessità stereoscopica degli spettatori di Barba; gli abiti di scena sporchi di Michele Del Grosso; l’apparente semplicità iconica di Brook; la materialità di Kantor; le soluzioni sceniche fedeli a se stesso di Nekrosius.

Ritrovo perfino quel gusto per le luci materiche ed inconsistente che scelgo per i miei lavori e che rendono la vita difficile a telecamere e macchine fotografiche.

Appunto allora nel mio brogliaccio tre cose:

1) L’arte performa l’individuo aldilà della sua comprensione delle opere; per lo stesso motivo per cui in alcune religioni si leggono i testi sacri ai bambini, convinti che quelle parole incomprese agiscano ugualmente, dovremmo far nutrire sempre bambini ed adolescenti, ma anche giovani, adulti ed anziani di bellezza.

2) I maestri hanno anche la funzione di mettere in ordine, suggerire percorsi di riconoscimento e consapevolezza, negli elementi della biografia dei propri allievi; non sempre ci rendiamo conto autonomamente della relazione creativa tra cose che ci portiamo dentro e che ci appartengono.

3) Ho vissuto Napoli troppo poco; l’avessi vissuta di più sarei stato più ricco, sicuramente.

(Appunti per “Lettera – per coloro che mi lasciano restare in soglia”; in uscita a fine estate)

#lettera #appunti

Battistello (Giovanni Battista) Caracciolo, Fuga di San Pietro, 1608/09, Pio Monte della Misericordia, Napoli;
Jusepe De Ribera, Maddalena Ventura con il marito e il figlio (1631). Fundación Duque de Lerma, Toledo;

anema cheta

[...] sott'o suror anema cheta
fa pantan e fet [...] Enzo Avitabile, a' pest'

L’umiliazione; il trattare sistematicamente dall’alto, cioè l’abituare chi è in difficoltà all’essere trattati dall’alto, è uno degli strumenti di coercizione in mano agli impotenti.

E’ il potere degli impotenti. Non è il potere che va combattuto; ma gli impotenti che lo usano per dare un senso al proprio esistere.

Dimenticano, però, che chi è abituato al disequilibrio, al doversi accontentare, alla fleissibilità estrema, al dover digerire molti aspetti della propria vita, ha molto meno da perdere rispetto a loro in tema di sicurezza e stabilità.

Ecco perché la reazione, il ribaltamento delle situazioni a cui loro non sono abituati, la rivoluzione, in definitiva, per quanto piccola è la sola azione da compiere.

E quando la sentiranno arrivare avranno paura.

Migrazioni

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Quando mi hanno prestato questo lavoro esso aveva a che fare con la rivoluzione; una rivoluzione squisitamente proiettata sul piano sociale che si nutriva e nutriva il piano personale esclusivamente in quanto strumento.

Io ero necessario al teatro perché esso aveva bisogno di una forma per poter proiettare un’ombra sul contesto in cui mi muovevo; la bellezza era la luce, io il legno da intagliare quotidianamente secondo le esigenze, l’ombra era lo spettacolo, la parete il contesto sociale, lo stupore del pubblico nel riconoscersi in quelle ombre era la scintilla a cui affidare la speranza di un ripensamento sociale, il motore fatale (nel senso dell’affidato al fato) di un cambiamento, di una rivoluzione.

Sono passati venticinque anni; io sono cambiato, il mondo è cambiato. Il teatro, che ha suoi tempi, mi ha accompagnato in una lentezza che ha reso il mio vissuto un gradino o due sotto quello del tempo in cui viviamo. Io sono cambiato lentamente, il mondo attorno è cambiato più velocemente. Io sono invecchiato; lui è sempre giovane.

Questo mestiere che adesso comincio a sentire mio è diventato, e questo non finirà mai di stupirmi, la relazione più vera tra me ed il mio tempo.

Ci pensavo in questi giorni; al quanto non sia diventato rituale dal mio lato della finestra, sempre simile a se stesso, e quanto lo stupore, il cambiamento, arrivi dall’altro lato della finestra.

Fino ad una decina di anni fa le persone che incontravo erano persone meravigliose in cerca di strumenti per far agire la loro bellezza; oggi, per lo più, incontro persone meravigliose che necessitano di strumenti per riconoscersi nella loro bellezza.

Lo stupore che sempre accompagna questo mestiere non è più tanto legato alla bellezza creata, quanto alla bellezza riconosciuta.

Penso al lavoro dei miei maestri; penso al lavoro sulla contenzione, sull’internamento e sulla liberazione incontrato nel mio maestro Claudio Ascoli; penso al lavoro di Armando Punzo, all’interno del carcere di Volterra; penso al messaggio delicato e sconvolgente di Felice Pignataro e della sua arte portata nella periferia “ghetto” della mia Napoli; alle esperienze dirette vissute in questi anni con chi vive in condizione di marginalità e mi accorgo che il mio lavoro, oggi, assomiglia più di sempre al loro.

Eppure non agisco in luoghi di detenzione, non agisco tra individui appartenenti a minoranze, non sempre, in proporzione potrei dire quasi mai.

Cosa è accaduto?

E’ accaduto che la detenzione, la contenzione, la marginalità, sono esplose; la condizione di cui viviamo oggi contempla in se la detenzione, la contenzione, il margine.

Siamo tutti detenuti, siamo tutti internati, siamo tutti marginali; ci diviene complesso anche solo pensarci come “relazione” ed in funzione alla nostra relazionalità.

Nel migliore dei casi riusciamo a percepirci come individui, accompagnati da un nugolo di altri individui che ci circondano in un’area di probabilità relazionale non ben definita, senza riuscire mai a superare i nostri confini che divengono invalicabili.

La relazione tra la nostra interiorità e la nostra esteriorità passa oramai per la rottura o il superamento di una contenzione, di un confine.

Il teatro, nella sua vocazione a divenire strumento, è oggi per chiunque luogo del superamento di questo confine.

Il teatro ha un senso oggi in funzione del nostro essere tutti migranti; ha un senso se ci chiede, e ci consente, di attraversare questo confine.

Non è un attraversamento semplice; prevede una rottura, una frattura, la costruzione di un percorso.

Usciamo da noi stessi in clandestinità, coraggiosi ed impauriti; lo stupore di noi stessi è la nave pronta a soccorrerci, la nostra bellezza la terra pronta ad accoglierci.

 

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Una fotografia di Abbas Attar

Per semplicità non è possibile.

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Qualche giorno fa, Maurizio Boldrini, su Strisciarossa ha pubblicato un articolo (questo) che ho trovato estremamente interessante; non è l’unico invito, arrivato da parte di intellettuali dell’area di sinistra, ad una riflessione su questo tema.

Questo, probabilmente, mi è arrivato al punto giusto.

Credo che alcuni di noi abbiano il compito di accettare, ribadire e vivere pienamente, la complessità della realtà; e che questa complessità debba, per forza, passare attraverso un rifiuto della semplificazione.

Chi conosce i miei spettacoli, soprattutto quelli appartenenti al Teatro dei sintomi, sa che credo fortemente in questo da almeno un decennio…ma nell’uso dei media avevo abbandonato questa “fede”.  La velocità (anche senza scomodare il Kundera de La Lentezza) è sempre inversamente proporzionale alla possibilità che il nostro organismo ha di gustare la vita, metabolizzarla, elaborarla, restituirla al massimo delle proprie possibilità.

Ho lasciato che la riflessione sulle cose cedesse il passo all’immediatezza; il tentativo sciocco di combattere la stupidità con gli strumenti che gli sono più cari.

Non c’è nulla di più fascista, o di congeniale al fascismo, che la velocità.

La velocità è efficace nel far apparire colpito l’obbiettivo, e forse nel colpirlo; un buono slogan, un jingle efficace, fanno vendere il prodotto ma a noi non interessa il prodotto, per quanto vogliano dall’interno e dall’esterno convincerci di questo, noi non proponiamo un “prodotto” non abbiamo questo da vendere.

Abbiamo un’etica da confermare e da tenere in vita; un’etica condivisa, una parola che appare sferzante, che forse non è quella più adatta, ma si, ci siamo capiti, abbiamo un’etica condivisa da tenere in vita e forse da far risorgere.

In un percorso che ha una fine certa, come la vita, l’etica diventa più importante dell’obbiettivo; il modo in cui abbiamo vissuto diventa più importante del modo in cui finiremo la nostra vita e questo, inevitabilmente, ci costringe a rispettare la complessità.

Ai miei allievi dico sempre che il teatro non consente risparmio; se per fare una cosa servono dieci ore non è possibile usarne cinque, bisogna destrutturare l’obbiettivo o, più probabilmente, cambiarlo. Il teatro ha in se questo insegnamento. Così se la realtà ha bisogno di molte parole per essere raccontata bisogna usarle tutte, non una di più, ma neppure una di meno; se ha bisogno di tutte le sfumature del nostro meraviglioso linguaggio perché in noi si costruisca una rappresentazione verosimile che diventi campo per muovere le nostre riflessioni ed agire le nostre scelte, allora dobbiamo usarle tutte queste sfumature.

Ricordo sempre le passeggiate con Mario Luzi a Pienza durante i suoi periodi di riposo ai margini di questa valle; un giovane ed un vecchio, entrambe “ospiti”, tutti e due molto lenti. Sentirlo parlare, sentirlo andare avanti per tanto tempo senza approssimare mai una parola, senza mai una ripetizione…ho un profondo rispetto per quelli come lui, ma soprattutto gli riconoscevo una grande autorevolezza. Laddove non capivo esattamente il perché avesse scelto una parola piuttosto che un’altra, mi muovevo a cercare un vocabolario per decifrarne la connessione, la relazione, la sfumatura.

Uno che ha tutte quelle parole può avere la pretesa di capire e raccontare una complessità, che si tratti del colore della valle che cambia con le stagioni o del concetto di sacro, non importa; non dico che ci riesca, ma è un presupposto valido.

Noi crediamo erroneamente che il linguaggio serva a “comunicare” e ci dimentichiamo della sua funzione essenziale nel “percepire”.

Il linguaggio, la struttura del nostro linguaggio, la sua capacità attraverso i distinguo e le sfumature di aderire alla realtà come un tessuto leggero steso su qualcosa, è la chiave della nostra consapevolezza ed è, sostanzialmente, quello che ci rende “esseri umani”.

Ripenso quindi al saluto di Vik nei suoi post, quel “restiamo umani” che è diventato uno slogan ma che in se contiene l’antitesi allo slogan.

Se c’è una battaglia da vincere, una prima pedina da calare bene in gioco, è il recuperare il valore della complessità; non è annientandola che riusciremo a farci capire dalla maggioranza perché, com’è capitato a me spesso in questi ultimi mesi, è rinunciando ad essa che si diventa a nostra volta maggioranza; ed in questo caso, quando dico maggioranza uso questo termine nella sua accezione più negativa.

Basta slogan, quindi; basta semplificazione, quindi; torniamo a raccontare le cose ricercando la ricchezza ed il dettaglio. Restiamo umani.

 

Teatro e terapia

Spesso mi sono trovato a riflettere su questa relazione, ultimamente un’allieva mi ha chiesto un’opinione su qualcosa di simile.
 
Da sempre ho colleghi che credono profondamente e sinceramente nella funzione terapeutica del teatro, e da sempre vedo altri colleghi occuparsene perché in cerca di una legittimazione sociale al proprio lavoro che apra le casse oramai chiuse degli enti pubblici.
 
In entrambe i casi credo però che si commetta un errore o si affermi una bugia, consapevolmente o meno ovviamente.
 
Personalmente affermo spesso che il teatro mi ha salvato la vita, ed altrettanto spesso che me l’ha rovinata; quella che so di certo che il teatro è performante, nella pratica del teatro avviene una trasformazione dell’attore, si cambia.
Avviene anche che la disciplina del teatro ti costringe ad una relazione con te stesso di conoscenza, accettazione, e quindi amore; è molto difficile diventare ottimi attori se non si attraversa questa relazione, amandosi, ed anche chi non lo ammette spesso lo fa nell’atto stesso del teatro.
 
Non so se questo sia terapeutico, in realtà, non riesco a comprenderlo; però ho una certezza: questa performazione e questa accettazione di sé avviene esclusivamente se l’attore, nel praticare, vive una tensione verso un’alterità, se agisce proteso versò l’altro, verso l’incontro con lo spettatore, verso lo spettacolo.
 
Il teatro che non ha finalità nello spettacolo tradisce il suo nome, è sterile, non è teatro.
 
Credo fermamente che l’attore che durante la pratica sia proteso verso sé, verso il miglioramento di sé, verso la propria crescita, e quindi sì…anche verso la cura di sé…semplicemente non stia facendo teatro.
 
E’ non è una questione terminologica, ma sostanziale.
Se l’accento è posto sulla “terapia” quindi, per me semplicemente non si dovrebbe parlare di teatro; se l’accento è posto sull’incontro con l’altro durante lo spettacolo, allora può darsi, che durante il percorso ci sia anche una “cura del sé”.

Pieve di Corsignano, Requiem Popolare

Il 25 aprile del 2009 Requiem Popolare debutta, nella prima stesura con Maurizio Costanini al contrabbasso e la danzatrice Ilaria Fontana proprio nella Pieve di Corsignano ai margini di Pienza.

Molto di quel lavoro era in effetti nato proprio in quello spazio; la recita rischiò di saltare, a pochissimi giorni dal debutto, perché la commissione della diocesi di Monepulciano-Chiusi-Pienza incaricata di valutare gli spettacoli ospitati nei luoghi sacri, anche su pressioni dell’allora parroco della parrocchia di pertinenza, ritenne inadeguato il mio lavoro. Ovviamente senza averlo prima visto, scheda tecnica alla mano. Trovai il tutto molto ironico, visto che il testo utilizzato era esclusivamente di Tommaso da Celano (Santo) ed equivaleva alla messa requiem in latino; ma nello stesso tempo mi arrabbiai molto, considerando che in quello spazio (e nel prato immediatamente contiguo) ho visto negli anni “spettacoli” di ogni tipo (qualche anno dopo anche una cerimonia con uno sciamano).

Fatto sta che li ci fu il debutto; ma anche una buona parte del mio lavoro di studio.

Molto, anche in quel caso (a dimostrazione del fatto che tendo a reiterare gli stessi temi) ad affascinarmi erano le incisioni sulle pareti della piccola pieve.

Incisioni riferite, per lo più, a semine e nevicate che probabilmente venivano incise a retaggio dei culti pagani precedenti che il culto mariano ha inglobato.

Poco distante, a conferma, anche una “poccia lattaia” e delle fonti ed un piccolo affresco dedicato appunto alla madonna del latte.

Anche questo, per me, appartiene al bios di Andrej.

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Dei temi

Nel percorso che parte da Requiem Popolare, passa per Cretti, o delle fragilità ed arriva ad Andrej mi ha sempre colpito sentirmi fare domande sui temi a cui mi dedico attraverso il mio teatro.

Le arti si sono sempre occupate del sacro, di quello che ci trascende, del mistero che ci accompagna quotidianamente; perché il teatro contemporaneo dovrebbe smettere di porre domande su questo? Perché io, in questo caso, sono un ateo? Perché ci sono argomenti più importanti di cui occuparsi?

Non trovo nulla di più opportuno adesso per il mio teatro che occuparsi della nascita e della morte e di tutto ciò che ci relaziona all’uno ed all’altro limite e quindi, di conseguenza, del sacro.

Non si tratta di prendere le distanze dalla realtà, allontanarsi dal quotidiano, quanto piuttosto di radicarsi profondamente in esso, affondarci, appartenere con insistenza alla materia; non si tratta di non affrontare tematiche sociali o politiche, anzi, si tratta di arrivare alla radice di tutto questo.

Affrontare ad esempio il problema dei confini conoscendo l’esperienza di confine che un corpo impone a se stesso, affrontare il problema del precariato riconoscendosi nel disequilibrio del proprio corpo, affrontare il tema della giustizia sociale rendendo evidente quanto siamo tutti uguali nella nostra fragilità e nelle nostre ferite.

Si può frequentare il sacro per distrazione, lo si può fare per astrazione, ma è possibile viverlo anche come incarnazione.