La situazione dei festival, raccontata molto bene dal trovafestival (come sempre), è complessa, complessissima, spaventosa.I tantissimi rinvii, moltissimi a settembre/ottobre, si trasformeranno in “assembramento” (visto che la parola è di moda) che renderà complessa la partecipazione a spettatori, critici, addetti ai lavori, al “pubblico dei festival” insomma.
Certo sono macchine economiche, dietro ci sono persone che lavorano, che devono vivere di questo e che danno da vivere ad altri; capisco bene la loro situazione.
Capisco anche che sarebbe stato difficilissimo, molto difficile, ma sarebbe stato sensato un coordinamento in grado (se ne parlava i primi giorni del blocco covid) di trasformare l’Italia in un grande festival, facendo dialogare tra loro le organizzazioni, le direzioni artistiche.
Ovviamente, ma questo chi mi conosce lo da per scontato, non posso permettermi di prendere in considerazione i festival che si terranno in “streaming” ed ancora pretendono di chiamarsi “teatrali”, perché di fatto di “teatro” non ce ne sarà, ci saranno dei “segni” del teatro; la differenza che c’è, come dicevo altrove, tra guardare un calice in un museo e berci del vino, e trattandosi di “contemporaneo” mi fa lo stesso effetto che mi farebbe se trovassi un bicchiere ikea all’interno di un museo. Abominio, per me; con tutto il rispetto dei tanti che, stando a questo elenco, hanno fatto questa scelta. Anche io oggi ho cucinato, e mi è venuto anche bene; ma non pretendo di chiamarlo teatro quando a tutti gli effetti è “altra cosa”. Un tempo avrei detto “muoiano i teatri, viva il teatro”; nel senso che se per noi il teatro è un atto di fede dobbiamo anche essere disposti a sacrificare le nostre possibilità e le nostre aspettative per tenerlo in vita, anche attraverso il silenzio, anche attraverso l’annullamento. Basterebbe dire ad alta voce che si sta facendo “altro”; non parlare di “fare teatro ai tempi del coronavirus” ma di “fare altro finché il coronavirus non ci permetterà di fare teatro”; solo che, questo, vorrebbe dire perdere la propria collocazione, probabilmente parte dei propri finanziamenti, ed allora scegliamo (legittimamente, assolutamente legittimamente) di travisare il teatro pur di non travisare noi.
Questo “assembramento” e questo “deturpamento” parlano di una categoria, a cui appartengo assolutamente anche io, in rari casi capace di ripensarsi, di uscire dai propri tracciati di sicurezza, rompere i propri potentati e modificare il loro approccio tenendo fede, chiaramente, al teatro. Ecco; questa la mia delusione profonda.Mi sarei aspettato dagli artisti che ci si comportasse da artisti; invece molti di noi hanno assunto col tempo, per necessità e per opportunità, un modus operando così impiegatizio da non riuscire ad essere “altrimenti”.
Non è un j’accuse eh, non mi ho voglia di essere frainteso come ogni volta che parlo in modo esplicito di queste cose; casomai è un “ci” accuse.
Abbiamo inseguito bandi di ogni tipo e su ogni tema, performando noi stessi, il nostro teatro, i nostri temi, pur di “accaparrarsi” il finanziamento, il contributo che ci consente di lavorare (questo non lo dimentico).
Felici abbiamo accettato di essere allevati in cattività; abbiamo chiamato tutto questo “saper fare”, se riuscivamo ad arrivare primi alla mangiatoia ci consideravamo gente che “sa come va il mondo”, se non riuscivamo ad arrivare primi alla mangiatoia eravamo frustrati.
Non siamo più abituati ad avere un rapporti libero e vitale con la creazione; eravamo artigiani, ci siamo ritrovati in catena di montaggio, senza accorgercene.Anzi, molti di noi non se ne sono ancora accorti.Io stesso non so esattamente a che linea sono assegnato.
Pochi sono gli esempi, che vedo, di persone che stanno cercando (anche ritornando “piccoli”) di tornare ad agire come teatranti; che stanno approfittando di questa situazione per migliorarsi mettendo a rischio quanto hanno raggiunto faticosamente negli anni.
A loro va tutta la mia fiducia e, se posso azzardare la parola, il mio amore; gli altri non hanno bisogno né della mia fiducia, né del mio amore, perché sono bazzecole rispetto a quello che hanno già.
https://trovafestival.com/2020/03/05/i-festival-si-tempi-del-coronavirus/e