Cara/o,

ieri sera, mentre controllavamo i materiali di scena, mi è venuta voglia di scriverti; non è considerata una cosa corretta, dovrei parlarti esclusivamente attraverso il mio lavoro, ma qualche volta è necessario seguire esclusivamente il piacere ed io, stasera, ho piacere nel rivolgermi informalmente a te.

Era un po’ di tempo che non riuscivo a portare in questa città dove molto del mio mestiere è cominciato, proprio qui in questi spazi, uno dei miei più recenti inciampi.

Chiamo così i miei spettacoli di ricerca: inciampi. Più o meno fortunati, più o meno piacevoli, inciampi. Uso questo termine perché, nel teatro di ricerca, non si va in scena per mostrare quello che si sa fare (quello, per me, è necessario in altre circostanze) ma quello che non si è ancora in grado di fare; non si mostra in scena una consapevolezza, ma un’intuizione, sghemba, fallace, fragile.

Il confronto costante con i limiti dettati dalle nostre capacità e dal mestiere che facciamo aiuta noi, ed il mestiere, a mantenere sempre una tensione verso qualcosa che non ancora c’è.

Ci spinge verso il futuro. Un mio maestro diceva che ogni volta che siamo in scena percorriamo una linea che parte dai nostri padri e si proietta verso i nostri figli; per quanto noi si possa essere piccoli e marginali, siamo portatori di una “tradizione in vita”.

Andrej è così: un inciampo.

Perché mostrarlo al pubblico, mi domandavo una decina di anni fa…perché mostrare al pubblico ciò che non è perfetto, sicuro, graziato dalla consapevolezza? Poi, col tempo, credo di aver capito.

Perché non esiste teatro che non accada nel corpo degli spettatori.

Non è questione filosofica o metaforica, ma proprio tecnica.

Per quanto io possa agire nello spazio e con lo spazio, lo spettacolo esiste per un buon settanta per cento all’interno del corpo dello spettatore, laddove ciò che l’attore compie si compone in relazione alla biografia di chi partecipa dall’altra parte. Senza la tua presenza nessun mio sforzo diviene reale. Il teatro è artigianato delle relazioni; si compie soltanto se la mia biografia e la tua biografia si compenetrano, in qualche modo, e ne nasce qualcosa che non appartiene a me quanto non appartiene a te: lo spettacolo. Tutto, tutto, tutto dev’essere in funzione di questo.

A cosa serve il prezzo del biglietto, allora?

Serve a fare in modo che il teatro non sia il mestiere di chi si può permettere di fare questo mestiere; serve a preservare la possibilità di occuparsi di questo mestiere per l’intera giornata, dedicandogli la dedizione che merita, senza doverlo relegare ai tempi ed alle possibilità dell’amatorialità.

Il prezzo del biglietto serve, in buona parte, a questo; ed anche è necessario affinché vengano a crearsi le condizioni per cui questo scambio, tra me e te, esista.

Quando paghi il biglietto, quindi, devi essere felice. Vuol dire che dietro non c’è una qualche sovvenzione, un contributo, e neppure le leggi del mercato che vanno sempre più spesso a determinare temi, linguaggi e scelte di noi teatranti. Che si possa parlare del fuoco nell’anno in cui i finanziamenti vanno a chi accetta di parlare di acqua; che si possa parlare di sacro nel tempo in cui la moda, e quindi le richieste di mercato, vanno verso il blasfemo.

Ecco perché devi essere felice, ed io debbo ringraziarti per la libertà che mi dai.

Mi hanno raccontato che nelle grandi pale d’altare le figure, le dimensioni, i colori erano spesso decise dai committenti; solo le predelle, la parte bassa, quella che restava dietro il culo dei sacerdoti e sotto lo sguardo degli oranti erano luogo di libertà degli artisti, che potevano usare le tecniche volute ed i temi preferiti con maggiore facilità.

Ecco. Andrej, grazie a te che paghi il biglietto, è quella parte del mio lavoro che possiamo paragonare ad una predella.

Ora che abbiamo reso possibile, coi miei sforzi e con il tuo biglietto, tutto questo…bene; lasciamo che avvenga lo scambio. Non aspettarti niente, non pretendere niente. Non hai comprato emozioni che non riceverai, ne storie che non racconterò. Soprattutto non cadere anche tu, come spesso facciamo, nella superstizione di una comprensione necessaria. Il teatro è una porzione di vita che condividiamo; e se nella vita quotidiana non cerchiamo di dare significato, non inseguiamo la comprensione di ogni frammento di vissuto, così è anche per il teatro. Io mi auguro che in Andrej non ci sia nulla da capire; nasce dal desiderio di condividere l’istante che precede la creazione, quello in cui maggiormente somigliamo alle divinità, e dal tentativo fallito di dare a me stesso una risposta alla domanda: cosa ne è dell’artista quando l’opera è compiuta?

Mettiamoci nello stesso spazio e nello stesso tempo uno davanti all’altro, e vediamo cosa riusciamo a far nascere assieme.

Il tuo ascolto, il mio ascolto; la tua biografia, la mia biografia. Assieme.

Se ci riusciremo sarà un inciampo che ricorderemo come nostro per molto tempo.

Siena, 26 novembre 2018

Francesco