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Ho cominciato a mettere ordine tra le mie conoscenze sull’arte che ha attraversato la mia Napoli; sono pieno di sensazioni strane al riguardo.
E’ un percorso a ritroso che ho fatto con la musica, in primo luogo, e con la letteratura poi; ovviamente con il teatro, anche se quello è un ambito che ho in qualche modo vissuto da un punto di vista differente, interno.
Da una parte mi rendo conto che c’è un universo da imparare; dall’altra avanzando mi riempio di un senso di familiarità.
Molte di queste opere, o piuttosto, molti dei segni di questi artisti mi appartengono.
In questo momento sto riguardando immagini di Battistello Caracciolo (come questa fuga di Pietro), ma potrei parlare di Velasquez, Caravaggio, De Ribeira.
Di quest’utlimo un me tredicenne vide un’esposizione da cui rimase folgorato (nel 1992, Castel Sant’Elmo) e dalle cui sensazioni non mi sono mai liberato; e dire che, all’epoca, la cosa che mi spinse ad andare a vedere quei capolavori fu la curiosità di osservare i lavori di uno che era “immigrato” a Napoli per far crescere la propria arte, sulle orme mi dissero di Caravaggio.

Ho amato molto l’arte del medioevo toscano; quelle superbe madonne che conosciamo solo incise dalle trame del legno, e che amo osservare da vicino, vicinissimo, fino a veder sfogliare la pittura.

Amo più di tutti Rothko…Klee…

Eppure nessuno di questi amori mi mi è entrato dentro quanto quelle prime opere, vissute quasi distrattamente, nella mia Napoli; forse, quegli autori, hanno respirato la mia stessa aria, metabolizzato le stesse geometrie di vicoli, antroni di palazzi, budelli di strade che si attorcigliano su se stesse e d’improvviso ammettono in se l’infinito del mare o del cielo scevro di costruzioni.

Non so; non ho strumenti per spiegarmelo in maniera razionale.

Eppure guardo queste opere e guardo il mio teatro.
Questo è completamente compreso in esse.
I maestri, le teorie che ho adottato e rinnegato, sono tutte comprese nel lavoro di quegli artisti incontrati in adolescenza.

Come se il teatro mi veniva prestato proprio in quei giorni, ne fosse intriso; e come se tutto ciò che arrivato dopo sia servito solo ed esclusivamente a mettere ordine in qualcosa che mi era stato messo dentro dalla mia città.

In essi posso vedere i corpi di Grotowski; la concrezione delle idee di Artaud; i training di Claudio Ascolii; la necessità stereoscopica degli spettatori di Barba; gli abiti di scena sporchi di Michele Del Grosso; l’apparente semplicità iconica di Brook; la materialità di Kantor; le soluzioni sceniche fedeli a se stesso di Nekrosius.

Ritrovo perfino quel gusto per le luci materiche ed inconsistente che scelgo per i miei lavori e che rendono la vita difficile a telecamere e macchine fotografiche.

Appunto allora nel mio brogliaccio tre cose:

1) L’arte performa l’individuo aldilà della sua comprensione delle opere; per lo stesso motivo per cui in alcune religioni si leggono i testi sacri ai bambini, convinti che quelle parole incomprese agiscano ugualmente, dovremmo far nutrire sempre bambini ed adolescenti, ma anche giovani, adulti ed anziani di bellezza.

2) I maestri hanno anche la funzione di mettere in ordine, suggerire percorsi di riconoscimento e consapevolezza, negli elementi della biografia dei propri allievi; non sempre ci rendiamo conto autonomamente della relazione creativa tra cose che ci portiamo dentro e che ci appartengono.

3) Ho vissuto Napoli troppo poco; l’avessi vissuta di più sarei stato più ricco, sicuramente.

(Appunti per “Lettera – per coloro che mi lasciano restare in soglia”; in uscita a fine estate)

#lettera #appunti

Battistello (Giovanni Battista) Caracciolo, Fuga di San Pietro, 1608/09, Pio Monte della Misericordia, Napoli;
Jusepe De Ribera, Maddalena Ventura con il marito e il figlio (1631). Fundación Duque de Lerma, Toledo;
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