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Quando mi hanno prestato questo lavoro esso aveva a che fare con la rivoluzione; una rivoluzione squisitamente proiettata sul piano sociale che si nutriva e nutriva il piano personale esclusivamente in quanto strumento.

Io ero necessario al teatro perché esso aveva bisogno di una forma per poter proiettare un’ombra sul contesto in cui mi muovevo; la bellezza era la luce, io il legno da intagliare quotidianamente secondo le esigenze, l’ombra era lo spettacolo, la parete il contesto sociale, lo stupore del pubblico nel riconoscersi in quelle ombre era la scintilla a cui affidare la speranza di un ripensamento sociale, il motore fatale (nel senso dell’affidato al fato) di un cambiamento, di una rivoluzione.

Sono passati venticinque anni; io sono cambiato, il mondo è cambiato. Il teatro, che ha suoi tempi, mi ha accompagnato in una lentezza che ha reso il mio vissuto un gradino o due sotto quello del tempo in cui viviamo. Io sono cambiato lentamente, il mondo attorno è cambiato più velocemente. Io sono invecchiato; lui è sempre giovane.

Questo mestiere che adesso comincio a sentire mio è diventato, e questo non finirà mai di stupirmi, la relazione più vera tra me ed il mio tempo.

Ci pensavo in questi giorni; al quanto non sia diventato rituale dal mio lato della finestra, sempre simile a se stesso, e quanto lo stupore, il cambiamento, arrivi dall’altro lato della finestra.

Fino ad una decina di anni fa le persone che incontravo erano persone meravigliose in cerca di strumenti per far agire la loro bellezza; oggi, per lo più, incontro persone meravigliose che necessitano di strumenti per riconoscersi nella loro bellezza.

Lo stupore che sempre accompagna questo mestiere non è più tanto legato alla bellezza creata, quanto alla bellezza riconosciuta.

Penso al lavoro dei miei maestri; penso al lavoro sulla contenzione, sull’internamento e sulla liberazione incontrato nel mio maestro Claudio Ascoli; penso al lavoro di Armando Punzo, all’interno del carcere di Volterra; penso al messaggio delicato e sconvolgente di Felice Pignataro e della sua arte portata nella periferia “ghetto” della mia Napoli; alle esperienze dirette vissute in questi anni con chi vive in condizione di marginalità e mi accorgo che il mio lavoro, oggi, assomiglia più di sempre al loro.

Eppure non agisco in luoghi di detenzione, non agisco tra individui appartenenti a minoranze, non sempre, in proporzione potrei dire quasi mai.

Cosa è accaduto?

E’ accaduto che la detenzione, la contenzione, la marginalità, sono esplose; la condizione di cui viviamo oggi contempla in se la detenzione, la contenzione, il margine.

Siamo tutti detenuti, siamo tutti internati, siamo tutti marginali; ci diviene complesso anche solo pensarci come “relazione” ed in funzione alla nostra relazionalità.

Nel migliore dei casi riusciamo a percepirci come individui, accompagnati da un nugolo di altri individui che ci circondano in un’area di probabilità relazionale non ben definita, senza riuscire mai a superare i nostri confini che divengono invalicabili.

La relazione tra la nostra interiorità e la nostra esteriorità passa oramai per la rottura o il superamento di una contenzione, di un confine.

Il teatro, nella sua vocazione a divenire strumento, è oggi per chiunque luogo del superamento di questo confine.

Il teatro ha un senso oggi in funzione del nostro essere tutti migranti; ha un senso se ci chiede, e ci consente, di attraversare questo confine.

Non è un attraversamento semplice; prevede una rottura, una frattura, la costruzione di un percorso.

Usciamo da noi stessi in clandestinità, coraggiosi ed impauriti; lo stupore di noi stessi è la nave pronta a soccorrerci, la nostra bellezza la terra pronta ad accoglierci.

 

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Una fotografia di Abbas Attar

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