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Qualche giorno fa, Maurizio Boldrini, su Strisciarossa ha pubblicato un articolo (questo) che ho trovato estremamente interessante; non è l’unico invito, arrivato da parte di intellettuali dell’area di sinistra, ad una riflessione su questo tema.

Questo, probabilmente, mi è arrivato al punto giusto.

Credo che alcuni di noi abbiano il compito di accettare, ribadire e vivere pienamente, la complessità della realtà; e che questa complessità debba, per forza, passare attraverso un rifiuto della semplificazione.

Chi conosce i miei spettacoli, soprattutto quelli appartenenti al Teatro dei sintomi, sa che credo fortemente in questo da almeno un decennio…ma nell’uso dei media avevo abbandonato questa “fede”.  La velocità (anche senza scomodare il Kundera de La Lentezza) è sempre inversamente proporzionale alla possibilità che il nostro organismo ha di gustare la vita, metabolizzarla, elaborarla, restituirla al massimo delle proprie possibilità.

Ho lasciato che la riflessione sulle cose cedesse il passo all’immediatezza; il tentativo sciocco di combattere la stupidità con gli strumenti che gli sono più cari.

Non c’è nulla di più fascista, o di congeniale al fascismo, che la velocità.

La velocità è efficace nel far apparire colpito l’obbiettivo, e forse nel colpirlo; un buono slogan, un jingle efficace, fanno vendere il prodotto ma a noi non interessa il prodotto, per quanto vogliano dall’interno e dall’esterno convincerci di questo, noi non proponiamo un “prodotto” non abbiamo questo da vendere.

Abbiamo un’etica da confermare e da tenere in vita; un’etica condivisa, una parola che appare sferzante, che forse non è quella più adatta, ma si, ci siamo capiti, abbiamo un’etica condivisa da tenere in vita e forse da far risorgere.

In un percorso che ha una fine certa, come la vita, l’etica diventa più importante dell’obbiettivo; il modo in cui abbiamo vissuto diventa più importante del modo in cui finiremo la nostra vita e questo, inevitabilmente, ci costringe a rispettare la complessità.

Ai miei allievi dico sempre che il teatro non consente risparmio; se per fare una cosa servono dieci ore non è possibile usarne cinque, bisogna destrutturare l’obbiettivo o, più probabilmente, cambiarlo. Il teatro ha in se questo insegnamento. Così se la realtà ha bisogno di molte parole per essere raccontata bisogna usarle tutte, non una di più, ma neppure una di meno; se ha bisogno di tutte le sfumature del nostro meraviglioso linguaggio perché in noi si costruisca una rappresentazione verosimile che diventi campo per muovere le nostre riflessioni ed agire le nostre scelte, allora dobbiamo usarle tutte queste sfumature.

Ricordo sempre le passeggiate con Mario Luzi a Pienza durante i suoi periodi di riposo ai margini di questa valle; un giovane ed un vecchio, entrambe “ospiti”, tutti e due molto lenti. Sentirlo parlare, sentirlo andare avanti per tanto tempo senza approssimare mai una parola, senza mai una ripetizione…ho un profondo rispetto per quelli come lui, ma soprattutto gli riconoscevo una grande autorevolezza. Laddove non capivo esattamente il perché avesse scelto una parola piuttosto che un’altra, mi muovevo a cercare un vocabolario per decifrarne la connessione, la relazione, la sfumatura.

Uno che ha tutte quelle parole può avere la pretesa di capire e raccontare una complessità, che si tratti del colore della valle che cambia con le stagioni o del concetto di sacro, non importa; non dico che ci riesca, ma è un presupposto valido.

Noi crediamo erroneamente che il linguaggio serva a “comunicare” e ci dimentichiamo della sua funzione essenziale nel “percepire”.

Il linguaggio, la struttura del nostro linguaggio, la sua capacità attraverso i distinguo e le sfumature di aderire alla realtà come un tessuto leggero steso su qualcosa, è la chiave della nostra consapevolezza ed è, sostanzialmente, quello che ci rende “esseri umani”.

Ripenso quindi al saluto di Vik nei suoi post, quel “restiamo umani” che è diventato uno slogan ma che in se contiene l’antitesi allo slogan.

Se c’è una battaglia da vincere, una prima pedina da calare bene in gioco, è il recuperare il valore della complessità; non è annientandola che riusciremo a farci capire dalla maggioranza perché, com’è capitato a me spesso in questi ultimi mesi, è rinunciando ad essa che si diventa a nostra volta maggioranza; ed in questo caso, quando dico maggioranza uso questo termine nella sua accezione più negativa.

Basta slogan, quindi; basta semplificazione, quindi; torniamo a raccontare le cose ricercando la ricchezza ed il dettaglio. Restiamo umani.

 

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