Spesso mi sono trovato a riflettere su questa relazione, ultimamente un’allieva mi ha chiesto un’opinione su qualcosa di simile.
 
Da sempre ho colleghi che credono profondamente e sinceramente nella funzione terapeutica del teatro, e da sempre vedo altri colleghi occuparsene perché in cerca di una legittimazione sociale al proprio lavoro che apra le casse oramai chiuse degli enti pubblici.
 
In entrambe i casi credo però che si commetta un errore o si affermi una bugia, consapevolmente o meno ovviamente.
 
Personalmente affermo spesso che il teatro mi ha salvato la vita, ed altrettanto spesso che me l’ha rovinata; quella che so di certo che il teatro è performante, nella pratica del teatro avviene una trasformazione dell’attore, si cambia.
Avviene anche che la disciplina del teatro ti costringe ad una relazione con te stesso di conoscenza, accettazione, e quindi amore; è molto difficile diventare ottimi attori se non si attraversa questa relazione, amandosi, ed anche chi non lo ammette spesso lo fa nell’atto stesso del teatro.
 
Non so se questo sia terapeutico, in realtà, non riesco a comprenderlo; però ho una certezza: questa performazione e questa accettazione di sé avviene esclusivamente se l’attore, nel praticare, vive una tensione verso un’alterità, se agisce proteso versò l’altro, verso l’incontro con lo spettatore, verso lo spettacolo.
 
Il teatro che non ha finalità nello spettacolo tradisce il suo nome, è sterile, non è teatro.
 
Credo fermamente che l’attore che durante la pratica sia proteso verso sé, verso il miglioramento di sé, verso la propria crescita, e quindi sì…anche verso la cura di sé…semplicemente non stia facendo teatro.
 
E’ non è una questione terminologica, ma sostanziale.
Se l’accento è posto sulla “terapia” quindi, per me semplicemente non si dovrebbe parlare di teatro; se l’accento è posto sull’incontro con l’altro durante lo spettacolo, allora può darsi, che durante il percorso ci sia anche una “cura del sé”.
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