Nel percorso che parte da Requiem Popolare, passa per Cretti, o delle fragilità ed arriva ad Andrej mi ha sempre colpito sentirmi fare domande sui temi a cui mi dedico attraverso il mio teatro.

Le arti si sono sempre occupate del sacro, di quello che ci trascende, del mistero che ci accompagna quotidianamente; perché il teatro contemporaneo dovrebbe smettere di porre domande su questo? Perché io, in questo caso, sono un ateo? Perché ci sono argomenti più importanti di cui occuparsi?

Non trovo nulla di più opportuno adesso per il mio teatro che occuparsi della nascita e della morte e di tutto ciò che ci relaziona all’uno ed all’altro limite e quindi, di conseguenza, del sacro.

Non si tratta di prendere le distanze dalla realtà, allontanarsi dal quotidiano, quanto piuttosto di radicarsi profondamente in esso, affondarci, appartenere con insistenza alla materia; non si tratta di non affrontare tematiche sociali o politiche, anzi, si tratta di arrivare alla radice di tutto questo.

Affrontare ad esempio il problema dei confini conoscendo l’esperienza di confine che un corpo impone a se stesso, affrontare il problema del precariato riconoscendosi nel disequilibrio del proprio corpo, affrontare il tema della giustizia sociale rendendo evidente quanto siamo tutti uguali nella nostra fragilità e nelle nostre ferite.

Si può frequentare il sacro per distrazione, lo si può fare per astrazione, ma è possibile viverlo anche come incarnazione.

 

 

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