Madiake Mukodjie Makodjie Mudiake.

E’ una frase in lingua Djola, una delle dodici lingue del senegal, e parlata in altri stati africani. Una specie di “napoletano” mi ha detto un ragazzo senegalese, riferito al fatto che in lingua djola ci sono molte canzoni, componimenti poetici, ed è in genere collegata ad un certo folklore.

Ho deciso di dare al progetto un nome in lingua djola, perché i ragazzi ospiti sprar e cas che hanno lavorato con noi hanno dovuto imparare moltissimo testo in italiano. Mi sembrava di far pari, in un certo senso.

E’ una citazione dal Macbeth, vuol dire “Il bello è brutto, ed il brutto e bello”; mi piace, l’ho scelta perché capovolge il senso comune, mi sembrava rappresentativa del lavoro e di chi lo ha sostenuto.

Perché io, e sono sicuro tutti quelli che hanno sostenuto il progetto, dall’ARCI, ai donaori del crowfounding, ai miei allievi (che Pan li benedica), lo staff della fondazione ELSA e le amministrazioni locali, credo nella possibilità di capovolgere il senso comune.

Capovolgere il “senso comune” è un modo per dire “fare la rivoluzione”.

Si, la rivoluzione.
Non esiste rivoluzione che non passi per un cambiamento profondo nell’immaginario collettivo, nella “narrazione della realtà” ed è da questo, credo, che dovremmo ripartire.

Quello che noto è, infatti, che sia quanti osteggiano il dialogo tra culture che quelli che agiscono per facilitarlo partono dalla stessa narrazione della realtà, si basano su quell’immaginario comune che afferma che “il dialogo tra culture differenti è cosa complessa”.

“Cosa complessa”.

Io non ci credo; non ci credo più. L’osservazione di quello che mi accade attorno, grazie a quell’osservatorio privilegiato che è il teatro, mi dice che la realtà è differente dalla narrazione che ne facciamo.

Dobbiamo destrutturare e ricostruire l’immaginario.

Il dialogo profondo, concreto e “desiderato” tra persone di differenti culture non è “più complesso” del dialogo profondo, concreto e “desiderato” tra persone.
La componente “culturale” non è un discrimine così grande da dettare una differenza in termini di complessità.

Non lo è.
Lo è se il dialogo si sofferma su un piano superficiale, sul piano del linguaggio, sul piano della comprensione delle regole, sul piano della conoscenza culturale. Diventa irrisorio se il dialogo avviene su un piano profondo e concreto.

Il dialogo tra individui, qualsiasi cultura portino in se, simile o dissimile, lontana o vicina, ha come unico discrimine il “desiderio” che esso avvenga.

I desiderio che il dialogo si realizzi.

Il dialogo tra individui, qualsiasi cultura portino in se, simile o dissimile, lontana o vicina, è semplicissimo se si desidera e conseguenzialmente se ci si pone in una logica di accoglienza l’uno dell’altro.

Per dialogare occorre che due persone si desiderino.
Da questo alla nascita di un linguaggio che lo renda possibile, il passo è molto più breve di quello che sembra.

Cominciamo almeno noi ad agire partendo da questo presupposto. Che questo diventi il nostro immaginario ed il nostro modo di narrare al mondo la sua realtà.

Annunci