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Questo mestiere che mi è stato prestato da bambino, mi ha sempre costretto ad osservare le persone da vicino. Da molto vicino.

E’ diventato un vizio, come altri ma più forte, e forse il solo motivo che mi fa ancora resistere e non me lo fa restituire al mondo.

Così da piccolo ingordo, quale sono stato e sono, ho sempre cercato di ingozzarmi di esseri umani; scappavo alla routine quotidiana per infilarmi alla stazione centrale, nelle stradine del centro, tra Port’alba e San Sebastiano, entravo nei portoni, nelle chiese, nelle biblioteche, nei tanti mercatini e poi da più grande nelle baraccopoli dove ancora vivevano donne ed uomini dal terremoto dell’80, nei campi rom e sinti, nel quartiere cingalese, verso il porto dove si scaricavano e caricavano enormi navi.

Perché ci sono posti, più di altri, dove dio ha meno maschere e si lascia guardare meglio.

Così l’ho visto attraversare forcella, una volta, con dei pantacollant così aderenti che gli si vedeva volgarmente l’assorbente esterno, ma con un viso che non ti permetteva di guardare niente altro; l’ho visto piangere nel cesso di un liceo perché il suo pene non faceva quello che il mondo voleva facesse; l’ho visto abbassare la gonna ad una ragazza, per coprirgli le gambe, mentre lei se ne stava a terra morta di overdose; l’ho visto recitare una poesia di Salvatore Di Giacomo direttamente nella canna di una pistola, guardando negli occhi chi la teneva in mano, ma sperando in cuor suo che fosse veramente finta come sembrava; l’ho visto nascondersi in stanze di monasteri cercando inutilmente di farsi silenzio; l’ho visto offrirmi un biscotto in cambio di un caffellatte seduto sulla sua casa dentro Roma Termini; l’ho visto regalare a me e ad un amico un suo disegno su un pezzo di cartone; l’ho visto raccontarmi di sua figlia senza sapere dove fosse; l’ho visto guardare negli occhi la sua famiglia dicendogli “questo è quello che posso”; l’ho visto schiacciarsi il bacino contro il muro di una vecchia scuola di danza per allargarsi le gambe e poi l’ho visto smettere di danzare, perché la vita gli è andata così; l’ho visto danzare in una sala vuota di un ex manicomio e mostrarmi la sua teofania investendomi di colori e profumi; l’ho visto scattare foto a tutti come alibi per incontrare persone; l’ho visto mostrarmi orgoglioso le decorazioni fatte da se stesso per sua moglie e suo figlio sulle pareti della sua baracca in un campo Rom costruito su una discarica in Romania; l’ho visto dirmi di non aver paura, ad otto anni, dopo una crisi epilettica; l’ho visto avere paura di me e della mia vita, ed abbandonarmi; l’ho visto credere nei miracoli; l’ho visto fare i miracoli; l’ho visto provarci e non riuscirci.

Credo sia normale, io spero, che lui mi perdoni; mi perdoni quando non riesco a restare lucido, quando non riesco a scegliere le parole giuste, quando non riesco a raccontare di lui; quando mi sento atterrito ed impotente regalare tutto quello che ho alla rabbia.

Mi perdonerà perché è difficile vedere il proprio dio umiliare se stesso; accade quando lo vedo contare morti come io conto le crocchette del cane, fare calcoli politici senza considerare la vita delle persone che ne sono condizionate; accade quando lo vedo negare diritti agli altri, costruire distinguo su cose incomprensibili come l’etnia, l’orientamento sessuale, la cultura di appartenenza; accade quando lo vedo credere nei confini, e nelle gerarchie, e nelle classi e nel potere.

Accade quando vedo il mio dio diventare razzista, omofobo, fascista.

I tesi sacri che ho tanto amato non parlano mai di un dio che si infila da solo in bocca una spugna piena d’aceto, che si trafigge da solo il costato, che si deride, che mette da solo all’asta la sua unica veste.

Non esiste fede alcuna che ti prepari a vedere il tuo dio violentare se stesso; per questo, sono sicuro, mi perdonerà.

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