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In questo periodo dell’anno non riesco a non rallentare il passo; c’è una ritualità che non vivo più che però ha performato nel tempo il mio modo di essere.

Questi giorni per me hanno ancora l’odore di cappelle umide, cere, fiori ammassati, incenso; hanno il colore di statue velate, di cristi esposti, del grano tenuto al buio, in stanze chiuse, bugigattoli, dietro paraventi, tessuti, in grossi armadi tarlosi, perché restasse bianco per poi diventare verde, all’improvviso, non appena riaccompagnato al sole o diventasse ciuffo canuto da appendere agli stipiti delle porte, perché le anime dei morti irrequieti non infastidissero i vivi, riconoscendo la loro condizione nel comune pallore e fermandosi a contare filo per filo fino al termine della notte.

Il suono è quello delle campane legate, dei crotali di legno, delle grandi tammorre mute che è poi il suono dei petti battuti dai mea culpa, del sangue e dei lividi portati in vista come si porta un rosario.

Nelle ore della notte riconosco la frescura di certi monasteri, ed il silenzio dei deserti vissuti in compagnia di un testo sacro dentro cui scovare le tracce di dio.

Anche adesso che ho trovato il mio dio, la mente ed il corpo tornano li.

Infondo faccio questo lavoro perché mi consente di stare in disparte ad osservare il mio dio che danza, cade e si rialza, respinge ed è respinto, e crea.

Il mio dio fa pariglia con l’uomo e tira il carro; dalla sponda dove sono seduto non importa più di tanto chi dei due abbia creato l’altro, chi il calco e chi l’impronta di tanta meravigliosa immagine.

Ancora oggi quando ne ho bisogno lo cerco; quando ho voglia di sentirmi piccolo ed ininfluente sul corso delle cose mi rifugio in lui, mi accuccio nelle pieghe che fa il suo corpo, tra i segni delle dita, del seno, della nuca, delle cosce e mi perdo in lui.

Mi ha sempre colpito quella frase del Vangelo di Marco 15,34

Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lama sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Mi domandavo perché l’avessero lasciata in aramaico, e mi sembrava ci fosse qualcosa di misterioso e magico sotto.

Oggi essa per me assume un significato molto differente.

L’ho messa tra le labbra del protagonista del mio Requiem Popolare, egli la usa come giaculatoria petulante all’inizio dello spettacolo, mentre vaga al buio e nudo tra gli spettatori.

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Dio mio, dio mio, perché ti sei abbandonato? Perché non ti occupi più di te? Perché l’uomo non ama più l’uomo?

Credo che sia pensando a questa espressione che, quest anno, non mi viene da fare alcun augurio.

Semmai una sommessa, umile, jastemmante preghiera: alzati in piedi, dio.

Alzatevi in piedi, rialziamoci in piedi.

La sentinella della notte non ha più ore da segnalarci, abbiamo contato le tre lune, adesso è il momento di risorgere, tutti assieme.

Che l’uomo non abbandoni più l’uomo, questo.

Ve ne prego! Risorgiamo; risorgiamo come fa il sassofono di Raphael Ravenscroft nel finale di quel pezzo meraviglioso di The Final Cut

Posso vivere senza il dio delle chiese, ma non ci riesco proprio senza il mio dio, senza di voi, senza di te e di me.

Che l’uomo torni ad innamorarsi dell’uomo.

Mio dio, mio tutto, mio uomo, mia donna, mio me, ascoltami.

Francesco Chiantese

Una foto di Nataly Montanari scattata pochi giorni fa durante una sessione di prove di Antigone, forse del PanTheatre


 

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