Esiste un tempo sognato; lo conosciamo tutti.

Epoche che hanno costituito il nostro immaginario; epoche passate che non conosciamo se non dalle tracce lasciate, epoche future che non conosciamo se non per le intuizioni che riusciamo ad averne.

Esiste un tempo presente, invece, in cui siamo costretti a vivere.

Il più grande sbaglio che possiamo fare è coniugare le “tracce” al passato e le “intuizioni” al futuro; eppure, quello che dovremmo fare, è utilizzare le tracce per poter sognare il presente.

Dobbiamo tutti lavorare per costruire un immaginario del presente che ci somigli; è questo quello che ci manca, un immaginario più umano in cui vivere.

Il mio teatro, in questo ultimo anno, è tornato ad incontrare le persone con maggiore pienezza; prima con la strada, con la solitudine della strada, con la difficoltà della strada, con la poesia della strada. Adesso mischiando la propria biografia con due splendidi progetti, quello che mi sta facendo dialogare con gli attivisti del movimento Pansessuale senese, e quello che sto realizzando assieme all’ARCI Provinciale ed ai miei allievi italiani e migranti. Due doni bellissimi a lungo sognati a lungo preparati ma arrivati quando meno li aspettavo. Moby Dick Blues, mi sta portando in giro per circoli, locali da musica, pub; e sto scrivendo Jastemma, che come un tempo Cicuta! sarà il mio lavoro da “passeggio” che sta in uno zaino, che posso portare dove voglio, quando voglio, e che vive solo della relazione tra me e chi ha voglia di incontrarmi.

Così attraverso il mio teatro anche io sto riscoprendo il concetto di prossimità, di stare vicino.

Questo non vuol dire che d’improvviso diventerò meno orso, meno monastico, o che la mia poetica cambierà: Andrej, lo spettacolo per cui tra poco entreremo in sala, appartiene a quella linea che parte da l0ntano e che mi accompagnerà ancora per molto, ed io continuo a preferire piccoli gruppi, piccole città, luoghi dove posso girare l’angolo e restare solo quando ne ho bisogno.

Vuol dire che, forse, passato un periodo complesso che è durato fin troppo, sto cercando di tornare a costruire nel presente immaginari per il presente. Incontrare nuovamente la strada mi ha fatto passare la voglia di scommettere sul futuro e di ripensare al passato.

Essere presenti a se stessi; questo conta. E’ l’unico modo che abbiamo per poter, di conseguenza, essere assenti a noi stessi quando le cose devono accadere malgrado noi.

 

 

 

Dondero

Mario Dondero. “Luomo che voleva raggiungere la luna.” (1994)

 

 

 

 

 

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